Finanza
Cade e ha due fratture ma nessuno le ha viste
Il racconto: "In ospedale non mi hanno fatto accertamenti, ma i dolori erano lancinanti"
CARRARA. Racconta e si racconta adesso che il peggio è passato. Adesso che può alzarsi e camminare, adesso che non ha bisogno di essere aiutata tutto il giorno, ogni giorno, dalla figlia e dalla nuora. Adesso che ha riacquistato il suo diritto all’autonomia.
Tutto comincia con una caduta in giardino, nel dicembre scorso: settantenne, vedova, è una di quelle donne che ama fare e fare da sola. Non è tipo da lamentarsi, ma capisce subito che deve essere successo qualcosa di brutto perché i dolori, nella parte bassa della schiena, non le danno tregua.
«Al pronto soccorso, a Massa - la donna fa un salto indietro nel tempo fino a dicembre - mi hanno detto di non preoccuparmi perché la radiografia non rilevava alcuna frattura. Io e mio figlio, di fronte a dolori costanti, abbiamo chiesto un ulteriore accertamento, ma ci è stato spiegato che tac e risonanza non erano necessarie. Sono quindi stata invitata a riposare».
Lei torna a casa ma i dolori non se ne vanno: «Erano insistenti, forti, diffusi alla parte bassa della schiena». Tanto che i figli decidono di farli privatamente gli accertamenti: «Con il sistema sanitario, prescrizione medica alla mano, avrei atteso 10 mesi, invece mi sono affidata ad un centro diagnostico di Sarzana, ho speso circa 400 euro, ma ho avuto piena soddisfazione. La risonanza magnetica ha, infatti, evidenziato due fratture: una al coccige e una al pube».
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Con il referto la paziente si ripresenta al Noa. Ad accompagnarla c’è l’ambulanza perché lei seduta - la diagnosi parla chiaro - non può stare: «Sono stata visitata, è stata anche attivata la reperibilità per un secondo ortopedico perché il medico al lavoro aveva un carico così elevato da non poter lasciare il reparto. Di fronte all’evidenza delle fratture - prosegue la donna - non è stato comunque disposto il ricovero. E dopo avermi spiegato che per lungo tempo sarei dovuta rimanere ferma a letto, sono stata rimandata a casa». Inizia un calvario: «Non potevo far nulla da sola, dipendevo da mia figlia, da mia nuora. Ho dovuto assumere qualcuno che mi aiutasse quando loro erano al lavoro. Piangevo ogni giorno». Il suo non è un j’accuse al personale sanitario: «Corrono senza sosta, fanno fronte ad una mole incredibile di lavoro, non hanno un minuto di tregua. È chiaro che sono pochi, troppo pochi». Poco personale e tempi di attesa, per visite e analisi, lunghissimi: «Caduta a dicembre 2015, ho deciso di fare una risonanza privatamente perché l’appuntamento in Asl lo ho avuto per settembre 2016». La fatidica risonanza con il sistema sanitario la fa nei prossimi giorni. Solo per controllo, però: per la diagnosi sarebbe davvero troppo tardi.
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