Il dolore
Neanche la guerra ha potuto dividerli Ora lo fa l’ascensore
Scampato alla deportazione, per un guasto non può raggiungere la tomba della moglie
MASSA. Novantacinque anni, ex soldato dell'esercito italiano durante la seconda guerra mondiale, deportato in Germania, scampato al fascismo, alla fame, ai lavori forzati, a fermarlo oggi è l'ascensore del cimitero di Turano, bloccato da quattro mesi, che non gli permette più di andare a pregare sulla tomba della moglie, con cui a settembre avrebbe festeggiato i 54 anni di matrimonio.
E' la storia, commovente, bellissima, dura e oggi ingiusta di Fernando Nicodemi, classe 1921, nato a Caglieglia, sull'aspra montagna massese, assieme a quattro fratelli e cresciuto in paese con Marianna, la bambina che diventerà sua sposa nel 1943, durante la guerra. Nicodemi è ancora lucido, ricorda ogni data e sensazione, un uomo perbene, di grande dignità e cuore che ancora si commuove parlando dell'amore della sua vita. Fino alla quinta elementare Nicodemi fa avanti e indietro a piedi da Caglieglia a Canevara, per imparare a leggere e scrivere, con ogni temperatura e un quaderno a quadretti nella cintura dei pantaloni; si innamora di Marianna, impara il mestiere del padre, il tutto fare, poi inizia a lavorare nelle cave di marmo di Ezio Ronchieri, che lo immortala in uno storico scatto, mentre utilizza un'innovativa macchina da taglio, che fa il giro del mondo. Siamo nel 1939.
La fame, però, è sempre tanta, si guadagnavano poche decine di lire ogni tanto e così a 18 anni Nicodemi parte per la leva militare volontaria e a Bologna entra nel gruppo S. Marco, lasciando Marianna a casa, a cui promette le nozze. Nel 1940 scoppia la guerra d'aprile, la Jugoslavia viene invasa dall'Asse e i nostri soldati partono per la guerra.
«Mi ricordo che attraversammo Fiume- racconta Nicodemi- ; mi misero dentro un carro armato e dovevamo sparare. Quel che ci trovavamo davanti non lo sapevamo. Ricordo la paura, che non ti faceva respirare; ti passava davanti tutta la vita, non sapevi se pregare o sparare, se sperare di rimanere in vita o morire».
Sopravvissuto a quella fase della guerra, Nicodemi decide di sposare Marianna, ma lo potrà fare soltanto per procura: sarà uno dei suoi fratelli a sposare l'amore della sua vita, mentre lui ancora si trovava in battaglia e i due dovranno aspettare il 1943 per riuscire a coronare il loro sogno in chiesa. «Presi un mese di permesso-racconta Nicodemi-; ci sposammo a Borgo del Ponte; eravamo innamorati e felici, come il primo giorno che ci siamo incontrati». Siamo nel 1943, Nicodemi ha 22 anni e riparte per il fronte: «Ricordo la nostra disfatta, tre giorni e tre notti massacrati dai tedeschi, ammassati in un campo di raduno e caricati poi su un treno verso la Germania. Durante quel viaggio interminabile ci diedero un solo rancio, mangiammo miglio; non sapevamo cosa ci aspettava».
Nicodemi passa due anni in un campo di lavori forzati a Dresda: «Ero un gran lavoratore-racconta- sapevo fare di tutto, come mio padre, se ne accorsero subito e mi misero a lavorare alla Siemens, una grande fabbrica che produceva apparecchi elettronici, ma che in quel periodo venne convertita a materiale bellico; nessuno di noi sapeva cosa aiutavamo a costruire. Il mio padrone mi prese in simpatia e mi chiamava, ogni tanto, a fargli barba e capelli nei suoi alloggi privati e quando finivo mi regalava un pacchetto di dolciumi. Non era sempre così: dormivamo su letti di legno a castello; abbiamo sofferto la fame, mangiavamo solo rape e ogni tanto tre minuscole patate e alla fine di ogni turno di lavoro le guardie controllavano quello che avevamo prodotto e se non andava bene ci bastonavano a sangue».
Nel 1945, con la liberazione, anche il campo di Dresda venne smantellato: «Ma noi non capimmo subito cosa era accaduto; ci trovammo abbandonati, soli, alla rinfusa. Anche la cittadinanza era libera e andava in cerca di cibo nelle botteghe della zona, che furono prese d'assalto; la gente, ma anche i soldati si ingozzavano di cibo nelle strade e alcuni morirono, perché dopo mesi di digiuno lo stomaco non reggeva e scoppiava, come un palloncino. Vagammo fino a Budapest e vedemmo gli americani: ci diedero un pasto caldo, thè e biscotti; salimmo su un treno che tornava in funzione dopo anni; arrivammo a Bologna, poi a Firenze, poi su un carro bestiame a Massa. Mi lasciarono alle poste centrali. Camminai fino al teatro Gugliemi e mi sedetti sui gradini. Non vedevo la mia famiglia da due anni, non sapevo dove fossero. Rimasi così per ore, poi mi dissero dove erano stati sfollati, mi incamminai verso Caglieglia, piano piano, col mio zaino vuoto e arrivato in paese vidi da lontano mia moglie, a braccia aperte che mi veniva incontro. Da quel giorno cominciò la nostra vita insieme, quattro figli, qualche gita nella capitale, la comprensione, la fiducia, la stima, l'amore mai passato». Nicodemi festeggiò con Marianna le nozze d'oro nel 1993, la moglie morì nel 1997 e da quel giorno ogni mattina e ogni sera lui si reca al cimitero, finché ha avuto la forza da solo, poi accompagnato, ma sempre sulle sue gambe, fino all'anno scorso, quando qualche acciacco dell'età si è fatto sentire anche per lui, costringendolo a volte alla sedia a rotelle. Non è mancato giorno in cui Nicodemi non sia passato a trovare Marianna, a parlarle, a pregarla: in casa c'è ancora il suo armadio, i suoi vestiti, le sue saponette da collezione: «Ho detto ai miei figli 'portatevi via tutto ma lasciatemi le sue cose', questa è casa sua». Un rapporto che non si è mai interrotto, fino a quattro mesi fa, quando l'ascensore del cimitero di Turano si è rotto. Fernando Nicodemi non riesce più a salire le scale del primo piano per raggiungere la tomba della moglie; a volte il figlio Enrico lo accompagna, lo prende in braccio con tutta la carrozzina di peso, ma non è la stessa cosa. Non c' è riuscita la guerra a separarli, la deportazione, la fame, i nazisti, né i lavori forzati, ma sono bastati i tempi moderni, i comuni senza soldi, i cimiteri in degrado, la poca attenzione per i luoghi di culto, per le barriere architettoniche; le amministrazioni sorde e cieche ai veri problemi dei loro cittadini.
«Vorrei poter continuare a vedere mia moglie, l'unico conforto che mi è rimasto è pregare sulla sua tomba-dice Nicodemi-; ve lo chiedo con il cuore in mano».
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