Finanza
Sopravvissuti all'eccidio di Vinca, Lauretta e Celso si sono scelti e si amano da sessant’anni
La coppia è sopravvissuta alla furia nazista. Festeggiano, nel ricordo, le nozze di diamante
VINCA. È la vita che vince, che si impone, con il suo carico di amore e speranza. Due bambini, Lauretta e Celso, sfuggiti alla morte, sopravvissuti alla furia nazista a Vinca, si rincontrano, si scoprono, amano, sposano. E camminano, senza arrendersi mai. Per 60 anni. E ancora, insieme, guardano al futuro.
Le nozze di diamante sono sempre una ricorrenza speciale, ma le loro diventano straordinarie: si rinnovano le promesse, circondati dall’amore di figli e nipoti, proprio dove sono nati, si sono scelti e detti sì: a Vinca.
L’intera famiglia Battaglia con figli, nuore e nipoti, si ritrova nel cuore delle montagne fivizzanesi per festeggiare Lauretta e Celso. La messa e la convivialità della tavolata, le chiacchiere e i racconti al ristorante La Posta di Equi Terme. Lauretta e Celso ce l’hanno fatta, superstiti della strage nazi fascista che a Vinca, tra il 24 e 27 agosto del 1944, costò la morte a 174 persone. Lauretta Federici classe 1937 e Celso Battaglia classe 1933 a Vinca sono nati e quando la barbarie uccide un intero paese loro hanno solo 7 e 11 anni.
La rapidità li salva: riescono a fuggire in tempo dal paese per nascondersi sulle montagne. Dall’alto vedono tutto, assistono a scene che fanno male solo a sentirle. Vedono il dolore con i loro occhi, ma si salvano. Celso e Lauretta si conoscono fin da bambini e quelle immagini viste dai monti li uniscono e accomunano tutta la vita. Pesante fardello condiviso. Una esperienza che nessun bambino al mondo dovrebbe conoscere.
«Dopo quei terribili avvenimenti - racconta la coppia - ci eravamo persi di vista». Celso, adolescente, va in collegio a Genova, Lauretta rimane a Vinca. «Nel 1952 feci il servizio militare in Marina a Venezia - Celso ripercorre gli anni con il pensiero - è in quel periodo che inizia la nostra relazione».
Finito il servizio militare, arriva il fidanzamento e il 26 agosto del 1956, all’età di 23 lui e 19 anni lei, il matrimonio celebrato a casa, a Vinca. Celso in quegli anni lavora assieme al padre nel bacino marmifero del Sagro. Poi la crisi lavorativa del settore lapideo spinge Celso, nel gennaio del 1958, a trasferirsi da solo in Francia dove ha trovato lavoro in una fabbrica che produce il vetro: la Saint Gobain di Orleans. «Quindici mesi dopo venni raggiunto da Lauretta - ricorda Celso - e poi la nascita del mio primo figlio Renato nel 1960 seguito poi da Daniel 1965 e Frank 1968».
La serenità, la cittadinanza francese e una casa appena costruita, poi la vita si fa nuovamente dura: nel 1976, proprio durante le ferie a Vinca, arrivano per Celso i problemi di salute. E sono quei problemi a costringerlo a lasciare la Francia e a fare ritorno in Italia: la famiglia decide di trasferirsi a Cascina, per la vicinanza con i centri sanitari specialistici di Pisa. E qui comincia una nuova vita: Celso che si inserisce subito nella comunità locale partecipando attivamente alle varie associazioni di volontariato.
Nella mente di Celso e Lauretta rimane, fisso e doloroso, il ricordo di quanto hanno visto con i loro occhi, delle atrocità a cui hanno assistito e che sentono il bisogno di raccontare. Bisogno di testimonianza: «Sentivamo sempre parlare delle stragi di Marzabotto e Sant’Anna - spiega la coppia - ma della nostra Vinca non si parlava mai». E così Celso si impegna nell’opera di divulgazione, testimonia cosa è stata la strage di Vinca, ricostruisce i retroscena dell’eccidio, partecipa a centinaia di incontri pubblici soprattutto nelle scuole, in trasmissioni televisive e scrive su riviste. Ha scritto anche due libri “Vinca, la sua storia e il suo martirio” (Felici), e “Col cuore e con la mente” (Cld Libri). Per lui - come racconta - far conoscere «diventa una missione, un obbligo per trasmettere il ricordo».
Ricordi come quei quattro giorni di ferocia inaudita a Vinca, da parte delle truppe delle Ss del maggiore Walter Reder,« ma con un grande partecipazione - sottolinea Celso - dei repubblichini, “mai morti”, della brigata di Carrara».
Ricordo che rimane ferita mai rimarginata. Lauretta ha solo 7 anni e vede cose inaudite: «Quando i miei genitori Federico e Giovanna hanno saputo dell’arrivo dei tedeschi in paese, hanno preso di fretta furia me e i miei fratelli, Maria e Cesarino, e ci hanno condotti in montagna. Io addirittura scappai a piedi nudi. Siamo rimasti nascosti con altre famiglie negli anfratti e nelle macchie anche trattenendo il fiato mentre i soldati nazifascisti perlustravano l’intera zona». La voce di Lauretta si fa meno ferma e sempre più flebile: «Il 25 agosto due soldati in perlustrazione hanno scoperto due ragazze che si erano nascoste nel bosco, hanno iniziato a spintonarle e a deriderle, io essendo piccina pensavo che stessero scherzando, ma poco dopo uno dei due ha strappato dalle mani di una delle ragazze una bimba di soli due mesi e l’ha lanciata in aria mentre l’altro gli ha sparato con il mitra uccidendola».
Anche Celso era scappato dal paese: «Il 24 agosto - ricorda - eravamo già lontano dal paese, sulle alture sotto il monte Garnerone con papà Renato, mamma Severina, e i miei fratelli Bianca, Pasquino, Stella e Candido. Ho visto in lontananza del fumo che si innalzava nel cielo e l’ho riferito a mio padre che ci ha detto di entrare nella capanna, poco dopo abbiamo sentito sparare da tutte le parti, colpi di fucile e mitraglia, sembrava il finimondo».
Celso e Lauretta rimangono nascosti per giorni: i loro genitori vogliono risparmiarli da altro dolore e, anche dopo la fuga dei nazifascisti, evitano di riportarli a Vinca, tra lo strazio e la morte. Il paese è devastato e i cadaveri degli anziani, delle donne e dei bambini sono dappertutto. Ci sono anche i parenti dei piccoli Celso e Lauretta. C’è la morte e c’è il coraggio di due famiglie e di due bambini di ricominciare. Sessant’anni di coraggio e di amore.
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