Il Tirreno

«Dimesso dal Noa troppo presto»

«Dimesso dal Noa troppo presto»

La moglie del paziente: mandato a casa con 60 giorni di prognosi e il catetere

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MASSA. Il caso di malasanità non c’è, c’è però una storia che è sintesi di un modello sanitario e dei suoi effetti su pazienti e famiglie. Nel mirino di chi la storia la racconta c’è un sistema ospedaliero che, fondato sulla cura della patologia acuta, dopo la dimissione mette alla prova le reti familiari e di assistenza. Protagonista della storia è un cinquantenne (non citiamo il nome nel rispetto della privacy): investito, finisce ricoverato in viale Mattei con parecchi problemi. Non solo contusioni e diverse fratture all’altezza del bacino e delle gambe, ma anche complicazioni alla milza per il forte trauma e un ematoma alla testa (ora in fase di regressione). Per giorni - racconta la moglie - la prognosi è riservata, il paziente è sotto controllo in neurologia. Quando i timori per l’ematoma diminuiscono, i medici - sempre secondo la ricostruzione della moglie - decidono di operarlo alla tibia. E, 3 giorni dopo l’operazione, l’uomo viene dimesso. Non è quindi sulle cure prestate in ospedale, piuttosto sulla scelta di dimissione, la contestazione mossa dalla famiglia: «L’ematoma sta regredendo, ma mio marito non può alzarsi, nè stare seduto tanto che per raggiungere casa, al terzo piano di un palazzo, sono stati necessari due operatori che dall’ambulanza, l’hanno portato fino al letto. Ha ancora il catetere e, al momento delle dimissioni, il periodo previsto per la guarigione, era di 60 giorni».

Insomma - per parafrasare le parole della donna - una persona che ha ancora bisogno di assistenza sanitaria nonostante l’emergenza medica non ci sia più, tanto che gli si riconoscono 60 giorni per la guarigione. E non è finita perché la moglie descrive anche un poco agevole percorso post dimissione che impone al familiare di farsi carico degli appuntamenti per i controlli: «È vero - anticipa - che per chi è stato ricoverato esiste un percorso che taglia i tempi di attesa, è altrettanto vera che io, oltre a dovermi occupare dell’assistenza, mi sono anche dovuta fare carico di fissare a mio marito tutti gli appuntamenti. Credo - aggiunge - che al momento della dimissione al paziente dovrebbe essere consegnata, con la documentazione, la lista delle visite già prenotate. Non è così, per noi non è stato così». Come a dire che un modello ospedaliero per acuti - per tirare le somme - trasforma i familiari in infermieri anche quando le competenze sanitarie, che alcune forme di assistenza richiedono, loro non le hanno.

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