Sicurezza
Grossi: marmettola anche in altri corsi d’acqua
Il noto ambientalista punta l’indice sulle attività estrattive del Monte Sella E attacca il Parco sul Sagro: «La strada non doveva essere autorizzata»
MASSA CARRARA. Canali stracolmi di marmettola. Fondali bianchi e fangosi piuttosto che pieni di pesci. Massi ricoperti di una poltiglia che sembra Vinavil. Non è la zona industriale, ma il cuore delle Alpi Apuane. A ritrovarsi ricoperti di scarti di lavorazione del marmo (questa volta) sono i corsi d'acqua che scendono dal monte Sella: il fosso del Chiasso, il canale della Buchetta e giù fino alla confluenza nel Renara. L'ennesimo caso di inquinamento ambientale causato dall'attività estrattiva, immortalato nelle foto scattate da un escursionista e poi divulgate da Alberto Grossi, membro dell'associazione ambientalista Grig, nonché ambientalista dell'anno nel 2015, che adesso punta il dito su cava Piastreta.
Questa d'altronde è l'unica attività presente nell'impluvio del Sella, dove tra il 1922 e il 1923 venne costruita la monorotaia di Piastreta, un impianto per la lizzatura che collegava la vetta del Sella con Renara. Sono lontani quei tempi in cui di blocchi ne venivano staccati con il contagocce e il problema dello scarto di lavorazione era ancora contenuto. Adesso il filo diamantato sbriciola la montagna come fosse pane e tonnellate di polvere di marmo finiscono nei corsi d'acqua. La marmettola - dice Arpat - funziona come il cemento: uccide i micro-organismi e può seccare i corsi d'acqua. Senza dimenticare poi che è anche contaminata da oli e grassi e da metalli. Per questo la marmettola dovrebbe essere stoccata e portata in discarica. E invece la quantità smaltita non corrisponde sempre a quella prodotta, come emerge dall'inchiesta portata avanti dalla magistratura insieme al corpo forestale dello Stato. E la restante, con la pioggia, finisce nei fiumi, come nel Frigido, nel Carrione a Carrara e adesso, si scopre, anche nel fosso del Chiasso e nel canale della Buchetta.
«Le fotografie - accusa Grossi - mostrano pozzi e buche colmi di fanghi per cui è facile immaginare che in quei canali, prevalentemente secchi, al verificarsi di forti eventi meteorici la saturazione delle cavità non potrà che favorire lo scorrimento superficiale dell'acqua che, priva di ostacoli, aumenterà la sua velocità aggravando la stabilità dei versanti e il dissesto idrogeologico. Ciò che è visibile a cielo aperto, avviene anche nelle profondità degli acquiferi sotterranei; lì si sommano i danni alla qualità e alla quantità dell'acqua delle sorgenti. Se il problema qualitativo si può superare con la depurazione dell'acqua inquinata - continua l'ambientalista - nulla si può fare per eliminare la marmettola dai corpi idrici ipogei. Il processo è del tutto simile all'accumulo di colesterolo nelle nostre vene, con una non trascurabile differenza: il grasso nel sangue si può curare con una dieta, l'occlusione degli acquiferi no e ciò può portare al disseccamento delle sorgenti».
Grossi attacca anche l'amministrazione comunale di Massa: «Non posso fare a meno di commentare - dice - una dichiarazione dell'assessore Giovanni Rutili circa la diminuzione delle entrate comunali di Massa dovuta alla sospensione di alcune attività estrattive. La sua comunicazione, apparentemente neutra, ha un significato sottinteso che porta a valutare la perdita economica più grave del delitto imputato. E allora è bene fare presente che la fermata di quelle cave dipende da infrazioni ripetute, reati gravi».
Il riferimento è alle cave la cui attività è stata sospesa nei mesi scorsi, dopo i controlli delle guardie del parco, poiché è emersa un'attività illecita: stavano scavando, in altre parole, in zone in cui non avevano autorizzazione.
Sono passati due anni, ormai, da quando lui, Grossi, scese in piazza, insieme agli altri ambientalisti, per chiedere la chiusura delle cave del Geoparco Unesco delle Alpi Apuane. Era il periodo dell'approvazione del Piano paesaggistico regionale e quello era proprio un punto del documento, poi sparito dal testo. Adesso la sua battaglia, come dell'associazione di cui fa parte, il Grig, è quella della legalità. Una battaglia a colpi di ricorsi, denunce, studi di documenti per ottenere che (almeno) l'attività avvenga nel rispetto della legge. Adesso al centro dell'attenzione dell'associazione c'è il caso delle cave del monte Sagro e del monte Borla, per cui gli enti locali, in sinergia con il Parco, stanno realizzando una nuova mini Strada dei marmi. Il problema, infatti, è che non ci sono strade percorribili dai camion per portare a valle i detriti. «Ci sembra strano che il presidente del Parco non tuteli l'ambiente come è stato chiamato a fare - dice Grossi - ma le cave, con la scusa della salvaguardia dei posti di lavoro, dando l'okay alla realizzazione di una strada in un terreno vergine in area Parco».
Grossi cita uno studio risalente al 1993 (ma pur sempre attuale) "Cave Apuane", in cui alcuni geologi analizzavano le cave del territorio. Da questo studio emerge che le cave della Lunigiana hanno una resa del 20%: questo significa che possono produrre solo il 20% di blocchi di marmo (e il resto detrito) nonostante la normativa preveda che per le cave nell'area Parco la percentuale sia di almeno 25% blocchi e 75% detrito. «E già allora - continua l'ambientalista- veniva smentita la teoria dei 40 posti di lavoro, perché all'epoca nelle 7 cave ce n'erano 27 e non è verosimile che siano aumentate. Ci chiediamo quindi come queste cave siano ancora aperte».
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