Il Tirreno

Il dramma dei migranti al Dogliani

di Francesca Vatteroni
Il dramma dei migranti al Dogliani

Nell’incontro pubblico la testimonianza di Maurizio Trabuio fondatore di una impresa sociale

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CARRARA. Nonostante Carrara stia vivendo un momento particolarmente vivace e ricco di intrattenimenti estivi, il palco "impegnato" di Donna Anima e Corpo, anche se lontano dalla mondanità della città, venerdì sera ha raccolto un pubblico numeroso, dedicando la serata a un argomento molto dibattuto e particolarmente difficile da affrontare, anche per via delle immagini dell'attentato di Nizza apprese dai televisori e ancora fresche negli occhi della gente: i migranti. Per questo motivo la serata è iniziata con la lettura di una delicata poesia in cui l'autrice, Mariangela Gualtieri, domanda dolcezza e gentilezza invocando "Sii dolce con me. Sii gentile" e poi osservando un minuto di silenzio per le vittime dell'attentato. Dopodiché, la proiezione del trailer "Dove vanno le nuvole" del regista Massimo Ferrari che forse concorrerà al Festival di Venezia, ha riportato l'attenzione del pubblico al cuore delle discussioni che infiammano e dividono il Paese e l'Europa: l'accoglienza dei migranti.

Sul palco a parlare e spiegare, con toni pacati e riflessivi gli aspetti meno conosciuti del problema c'erano oltre al regista, la produttrice Gaia Capurso, uno dei protagonisti, Maurizio Trabuio e gli etnopsichiatri Piero Coppo e Lelia Pisani. Alla domanda se si può fare accoglienza dei migranti in modo diverso da come molto spesso viene fatta, trasformandola in un crudele business a vantaggio di affaristi, rispondono le storie raccontate nel documentario, tra cui la storia di Riace, dove il sindaco ha dimostrato come si possa far rinascere un paese, vittima della emigrazione attraverso l'immigrazione. Oppure risponde la storia di Maurizio Trabuio che ha creato a Padova, un'impresa sociale che si occupa tra le altre cose, di raccolta differenziata per esempio o di gestione di case ricettive e che oggi impiega più di 100 persone.

«Oggi nella mia impresa sono 3 le categorie di persone impiegate: gli stranieri, le donne e gli over 50 ormai rifiutati dal mercato del lavoro», dice Trabuio ricordando quindi come la crudeltà del mercato spesso lasci indietro tutti, senza guardare in faccia nessuno e lasciando intendere quindi come forse il pericolo vero non provenga dal migrante ma sia da ricercare altrove. Trabuio ha poi proseguito raccontando di come in seguito alla crisi del 2009, ben 50.000 ex stranieri oramai radicati con casa e lavoro nel Veneto, siano scappati dall'Italia per tornare nel loro Paese d'origine e come però là abbiano trovato un paese ormai straniero con un volto trasfigurato dall'islam radicale; e soprattutto ha raccontato di come, successivamente, con la Primavera araba, il flusso migratorio abbia conosciuto un'impennata e abbia cambiato la qualità della migrazione. Mentre fin dagli anni '80 chi arrivava, aveva un progetto di vita ed era in qualche modo organizzato con una catena di amici e parenti ambientati nel Paese di arrivo, oggi chi arriva, è in fuga, non ha alcun progetto e nessuno a cui appoggiarsi per poter iniziare una nuova vita. Anche il dottor Coppo, psichiatra che ha trascorso molti anni lavorando in strutture sanitarie in diversi Paesi africani ha dato conferma di un cambiamento della qualità della migrazione denunciando chiaramente come molto spesso si faccia in modo di focalizzare l'attenzione sulla questione accoglienza senza rivolgere l'attenzione ai motivi della fuga e di come molto spesso la presenza occidentale abbia inciso e modificato in modo invasivo quei Paesi. Piero Coppo ha spiegato come l'etnopsichiatria sia una scienza che prende atto dell'esistenza dei molti mondi e delle molte culture e scartando la supremazia di una di esse sull'altra: ha raccontato di aver studiato in Africa i disturbi psicotici, curati secondo la medicina occidentale fondamentalmente attraverso psicofarmaci, ottenendo però come risultato la persistenza della malattia per tutta la vita del paziente, mentre «in molti paesi africani- ha raccontato Coppo- la comunità reagisce ai sintomi del paziente affetto da questi disturbi, coattivamente, fisicamente, magari legando il malato, ma nella consapevolezza che si tratta di un momento passeggero, quindi non bollando definitivamente il malato come pazzo in quanto convinti che si tratti di un fuoco passeggero, che ha bisogno di dare sfogo alla sua potenza e che per questo non bisogna fermare». E Coppo ha affermato di avere visto guariti in via definitiva molti pazienti curati in questo modo.

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