Il Tirreno

accusati anche di detenzione d’armi

Banda di spacciatori, al via il processo

di Giulia Rafanelli
Banda di spacciatori, al via il processo

MASSA. Sembrava quasi un'arringa quella dell'avvocato Dino Del Giudice, legale difensore di uno degli imputati nel processo a tre massesi che devono rispondere di detenzione di droga a fini di...

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MASSA. Sembrava quasi un'arringa quella dell'avvocato Dino Del Giudice, legale difensore di uno degli imputati nel processo a tre massesi che devono rispondere di detenzione di droga a fini di spaccio, ricettazione e detenzione illegale di arma. Era in realtà la prima parte dell'istruttoria ma il maresciallo dei carabinieri ascoltato ieri perchè in servizio durante l'operazione che portò a sgominare la banda con base a Castagnara (era il novembre del 2015) ha dovuto rispondere a tutta una serie di domande incalzanti quasi a voler mettere in discussione la stessa operazione. Operazione che culminò con l'arresto dei tre, con il sequestro di 90mila euro in contanti, di stupefacente per un valore di 20mila euro (dall'eroina, alla marijuana), di due pistole (una rubata), di un'ascia, di monili e di materiale per il confezionamento delle dosi.

I tre avevano affittato un locale sfitto dicendo al proprietario di voler avviare un'attività di riparazione computer. I militari del capitano Tiziano Marchi erano arrivati a loro a partire da una precedente indagine finalizzata al ritrovamento di un'arma.

In aula il maresciallo ha ricostruito i vari movimenti dei militari che già nei mesi precedenti all'arresto avevano notato giri strani attorno a quel fondo. E se inizialmente erano supposizioni, al momento del blitz arrivò la conferma che lì non venivano riparati computer.

L'avvocato difensore, tuttavia ha voluto ulteriori dettagli e ha chiesto al giudice Giovanni Sgambati di acquisire una serie di video da lui stesso girati che dovrebbero ripercorrere i momenti concitati che hanno portato all'arresto.

Lo stesso Del Giudice ha poi chiamato a testimoniare la ex moglie del suo assistito, presumibilmente per ricostruire la storia personale di quest'ultimo e trarne elementi per la sua strategia difensiva.

Dalla testimonianza della donna sembrerebbe che l'imputato non conducesse una vita da nababbo come un'attività di spaccio così radicata sul territorio e considerevolmente lucrosa (stando alle somme di denaro rinvenute), avrebbe permesso a lui e gli altri due a processo. Vedremo se nel corso delle udienze emergeranno ulteriori dettagli.

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