La manifestazione
Omya-Imerys, esposto sulla fusione
Undici lavoratori rimasti disoccupati hanno presentato una denuncia in Procura sollevando il sospetto di diversi illeciti
CARRARA. Undici lavoratori ex Imerys rimasti disoccupati dopo l’acquisizione da parte di Omya dell’azienda con sede a Massa, sollevano dubbi sull’operazione che ha portato alla fusione tra il colosso del carbonato di calcio e la ditta di via Longobarda. E lo fanno con un esposto indirizzato tra gli altri alla Commissione Europea, alla Guardia di Finanza e alla Procura. La fusione tra Massa Minerali e Omya non è più oggetto “solo” di una vertenza con tanto di causa davanti al Tribunale del Lavoro. Da qualche giorno quell’operazione, che ha messo in mano al colosso del carbonato di calcio la ditta di via Longobarda, nata come Tielle e finita come Massa Minerali, è arrivata all’attenzione della Direzione Generale per la Concorrenza della Commissione Europea, del Garante della Concorrenza e del Mercato, della Procura della Repubblica, della Guardia di Finanza, del Nucleo Operativo ecologico dei Carabinieri, dell’Inps, dell’Agenzia delle Entrate e di numerose altre istituzioni competenti. A lanciare l’allarme sull’operazione, che si snodò tra il 2013 e il 2015, sono stati 11 dei 25 lavoratori rimasti senza un impiego proprio dopo quella la fusione: con il sostegno della segreteria provinciale di Fillea Cgil e assistiti dall’avvocato Claudio Lalli, il gruppo di disoccupati ha presentato un ricorso esposto sollevando il sospetto di diversi illeciti. Le segnalazioni spaziano dai reati finanziari a quelli ambientali, passando per le violazioni delle leggi sulla concorrenza. In particolare l’esposto chiede alle autorità competenti di accertare la «possibile concentrazione e posizione dominante di Omya sul mercato del carbonato di calcio» in Italia e a livello globale; di esaminare «il cartello tra Imerys Minerali spa e Omya Spa nella determinazione dei prezzi di vendita del carbonato di calcio in Italia; di effettuare «accertamenti sulla produzione di carbonato di calcio in sospensione acquosa attraverso l’uso della marmettola classificata come rifiuto speciale nel rispetto dei limiti imposti» e infine di effettuare una verifica sulla «collocazione in mobilità da parte di Massa Minerali oggi fusa in Omya dei 38 dipendenti in assenza delle ragioni giustificatrici della cessazione dell’attività». Dopo essersi rivolti al giudice del lavoro dunque gli ex Imerys hanno avviato un’azione legale per segnalare ipotesi di reato che spaziano dalla violazione delle leggi sulla concorrenza agli illeciti ambientali. «E’ stato tutto un gioco di scatole cinesi a vantaggio di Omya, un’operazione che ha lasciato sul territorio più disoccupazione e nuovi problemi di inquinamento» raccontano gli addetti che dopo qualche anno di mobilità, si trovano adesso in mano gli spiccioli di un accordo bonario siglato – dicono- sulla base di presupposti falsi. Lo spiega meglio Roberto Venturini, segretario della Fillea Cgil: «Quello che ci proposero in quel momento, una buonuscita per i lavoratori in esubero, sembrava la migliore soluzione possibile. Almeno sulla base delle condizioni che ci erano state descritte. Alcuni mesi dopo, grazie anche alla caparbietà dei lavoratori, abbiamo scoperto che la situazione era ben diversa » racconta il sindacalista. Gli ex dipendenti contestano soprattutto il fatto che, al momento della fusione e nei giorni della sottoscrizione dell’accordo, Massa Minerali veniva data per “spacciata”: «Ci dissero che la nostra azienda aveva grandi difficoltà ma poi abbiamo scoperto che faceva ancora utili per 2-3 milioni di euro all’anno» raccontano gli ex dipendenti. Convinti dell’imminente tracollo della fabbrica, praticamente tutti i lavoratori accettarono un “rimborso” pari alle retribuzioni di 18 mensilità: «Adesso ci sentiamo truffati perché sappiamo che al posto di qualche migliaia di euro avremmo potuto tenerci il nostro posto di lavoro» aggiungono amareggiati. Ma le “irregolarità” nella fusione non sarebbero finite qui. Secondo il revisore commercialista interpellato dai lavoratori, il valore della loro azienda al momento del conferimento ammontava a circa 14,2 milioni di euro: Omya la pagò invece 18 milioni di euro con un surplus che, ipotizza Venturini, «forse qualcuno voleva portarsi all’estero». Sulla vicenda ovviamente sta indagando la Guardia di Finanza. Quello che è certo è che dopo qualche anno di mobilità, oggi i lavoratori ex Imerys si trovano a fare i conti con la difficoltà di trovare un nuovo impiego, resa ancora più amara dalla scoperta di aver perso il proprio posto “solo” per un gioco di scatole cinesi a vantaggio dei profitti dei big del carbonato di calcio.
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