Il dolore
Morì in cava, parola agli imputati
Lucio Cappè fu schiacciato da una lastra nel 2012. «Non c’era pericolo»
CARRARA. «Perché Lucio Cappè è rimasto schiacciato da quella lastra?» . «Io non lo so».
Nell'aula del tribunale di Massa ieri hanno sfilato alcuni degli imputati nel processo per la morte del cavatore Lucio Cappè. Una tragedia che risale al 7 settembre del 2012. Cappè, 47 anni, padre e marito, perse la vita schiacciato da una montagna bianca. Una vittima del marmo cui la giustizia sta cercando di dare giustizia.
Il giudice Fabrizio Garofalo ha ascoltato alcuni imputati, tra questi Giorgio Luciani, sorvegliante della cava 103 a Calocara dove si consumò la tragedia, cui il pm ha chiesto a più riprese di spiegare nei minimi dettagli come fu deciso di procedere per tagliare quel blocco di marmo. Il sorvegliante secondo l'accusa, non avrebbe vigilato sull'utilizzo dei mezzi di protezione e "sull'osservanza delle disposizioni che stabiliscono che le porzioni già tagliate dovevano essere abbattute". «Non abbiamo abbattuto le porzioni tagliate perchè non potevamo» si è difeso Luccetti, cavatore da circa trent'anni a lavoro nella cava 103 dal settembre del 1990. Quella mattina non ha disposto il quarto taglio perché altrimenti il marmo sarebbe precipitato. Luccetti sostiene di aver controllato la lavorazione e di aver impostato le operazioni "per come erano soliti lavorare" consapevoli della presenza di una frattura ma «Non c’era pericolo» ha detto l’imputato.
C'era una frattura, nel marmo, infatti, era stata accertata. Luciani è soltanto uno degli imputati in questo processo dove l'accusa è omicidio colposo in concorso. Gli altri sono Rina Brizzi, titolare della Fb, la ditta concessionaria della cava in cui è avvenuto l'incidente e datore di lavoro di Cappè, Massimo Gardenato direttore responsabile della cava 103 e Giovanni Ferri direttore di una cava vicina (la 105), della società Sam.
La bancata si trovava a confine tra le due società e come Ferri ha spiegato ieri in aula «era stata stipulata una collaborazione tra le due aziende del marmo» in occasione di quell'operazione. Non è una cosa insolita: «Già nel 2008 - ha detto - avevamo stipulato una collaborazione con la Fb, sapevamo che lavoravano bene e comunque si trattava di una collaborazione limitata alla disponibilità di uno dei nostri escavatori che a loro sarebbe servito per la bancata». Anche per questo, Ferri, non si era mai pronunciato in merito ai lavori che la ditta di Cappè stava portando avanti: «In ogni caso - ha aggiunto - se mi fossi accorto che sussistevano le condizioni di pericolosità l'avrei detto, ma così non mi sembrava. Ogni lavorazione in cava è pericolosa ma ci sono accorgimenti che si possono adottare per contenere la pericolosità».
Accorgimenti che il sorvegliante della sicurezza nella cava in cui Cappè perse la vita sostiene di aver sempre preso. Non quel 2 settembre però «perché - ha detto rispondendo al pm - la lavorazione era sicura». Sicura, ma qualcosa è andato storto perché un uomo ha perso la vita e un secondo è vivo per miracolo. Quella mattina, infatti, Cappè stava ultimando i tagli con un collega, Fabian Otto. Quando una parte del blocco si spacca e investe Cappè Otto è con lui sulla stessa bancata. Si salva riuscendo a fuggire per tempo. La lastra di circa tre tonnellate di marmo investe Cappè. Una morte che chiede giustizia. Il giudice Garofalo ha fissato al 2 e al 30 settembre altre due udienze dove la difesa porterà a testimoniare i propri testi e consulenti.
Il 21 ottobre ci sarà la discussione.
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