Sicurezza
Lina e un filo lungo fino all’Eritrea
In un documentario la storia di un antropologa e della sua famiglia “mista”
CARRARA. «Se questo è tuo padre, noi siamo tuoi cugini». Da questa frase spedita per email, nel 2005, insieme a una foto di suo padre, Lina Maria Fruzzetti, ricercatrice, insegnate e antropologa a Rhode Island presso la Brown University trova l'impulso decisivo e comincia a girare un documentario sulla sua famiglia, su sua madre nata e cresciuta in Eritrea e su suo padre nato e cresciuto a Gragnana. Questo documentario, finanziato dalla Brown University, sarà proiettato a Carrara, a Palazzo Binelli, oggi alle ore 18.
Un documentario che prende il via grazie a una mail ricevuta da Lina Fruzzetti, che arrivava da lontano, da Carrara. Arrivava da un passato doloroso. Il padre di Lina, Silvio Fruzzetti, durante il colonialismo italiano, lascia l'Italia e va a combattere in Eritrea. Lì conosce Lucia, e dalla loro unione nascono Lina Maria e Andrea; ma poco dopo la nascita di Lina, l'uomo muore in un incidente. Quello che poi Lina scoprirà anni più tardi, era che suo padre, in Italia, a Carrara, era sposato e aveva una figlia. È il 1945 e dopo la morte del padre, la madre coi due figli piccoli è costretta a fuggire dal paese dilaniato dalla guerra di indipendenza e a rifugiarsi in Sudan. «Una donna sola, con due bimbi di sanguemisto in un paese straniero e musulmano per giunta - racconta Lina Maria Fruzzetti parlando di sua madre- una donna formidabile e coraggiosa».
Una donna che ha lavorato duramente per educare e crescere i suoi figli e che ha lottato con convinzione per i suoi ideali per tutta la vita, anche finanziando il Movimento di Liberazione del popolo Eritreo.
«Mia madre è stata una donna con un grande senso di giustizia e la forza che io ho mi arriva da lei», dice Lina Fruzzetti, la quale andò a studiare negli Stati Uniti da giovanissima. Si laureerà poi in Antropologia alla prestigiosa Brown University, la stessa Università dove oggi insegna.
«Volevo recuperare la memoria per lasciarla ai miei figli e ai miei nipoti-racconta ancora la studiosa- volevo recuperare la storia di mia madre e di mio padre, dei miei due popoli. Mio padre aveva un forte legame con l'Italia: chiamò mio fratello Andrea come suo fratello e me con i nomi delle sue due sorelle: attraverso le interviste ai miei familiari italiani ho potuto conoscere tanti aneddoti su di lui, su chi fosse stato. E intervistando partigiani e storici di Carrara come Simone Caffaz o Giorgio Lindi, ho cercato di capire il pensiero che animava l'Italia in quel periodo storico, ho cercato di capire cosa fosse stato il fascismo e il colonialismo. E ho portato avanti lo stesso lavoro di ricerca in parallelo in Eritrea, ricostruendo intervista dopo intervista, pezzo dopo pezzo, come un puzzle, la storia di una famiglia e la storia di due paesi». Alla fine le chiediamo il significato del titolo del film documentario: In my mother's house. «La casa di mia madre è una casa simbolica, è una casa spirituale che accoglie non solo la mia storia, la storia della mia famiglia allargata e contemporaneamente divisa dal colonialismo, ma è la storia di tutti coloro che hanno vissuto e sofferto quel periodo storico, la storia di due popoli».
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