La manifestazione
I “No beni estimati” in piazza
Ma il giudice caccia i manifestanti e sospende il giudizio sul ricorso Sam
MASSA. Giudizio sospeso in attesa della sentenza della Corte costituzionale. Così si è pronunciato ieri mattina il giudice Alessandro Pellegri chiamato a esprimersi sull’azione legale avviata da Sam per rivendicare la proprietà dei beni estimati. Il tutto mentre fuori (e dentro) il tribunale di Massa riecheggiava la protesta del Coordinamento contro la privatizzazione delle cave.
Il pronunciamento della Corte Costituzionale sull’articolo della legge regionale 35 che “supera” i Beni Estimati fa sentire tutto il suo peso anche sulla causa Sam e così, come già accaduto per altre società che avevano presentato analoghi ricorsi, il giudice titolare del procedimento decide di aspettare settembre e opta per la sospensione. Il procedimento riguarda la causa avviata da Sam, uno dei colossi del settore lapideo (è la società formata da Marmi Carrara e cooperative del marmo che controlla quasi il 50% delle cave), contro il Comune di Carrara e la Regione per rivendicare la proprietà dei Beni Estimati. Si trattava dell’ultimo degli 11 ricorsi presentati da varie imprese, assistite dagli avvocati Riccardo Diamanti e Sergio Menchini, per contestare il tentativo del comune di Carrara, rappresentato dalle avvocatesse Marina Vannucci e Sonia Fantoni, di assoggettare le anche cave inserite nell’editto di Maria Teresa D’Este del 1751 al patrimonio indisponibile del municipio. Il giudice Alessandro Pellegri, che nell’udienza precedente sembrava incline a pronunciarsi e aveva chiesto alle parti di presentare le proprie memorie, ha preso atto del peso che il verdetto dell’alta Corte avrà sull’intera vicenda e ritenendolo “pregiudiziale” ha optato per la sospensione.
La partita, quella vera, si giocherà dunque solo tra un paio di mesi anche se, il pronunciamento sulla costituzionalità della legge regionale 35 potrebbe non mettere fine alle azioni legali da parte delle aziende. E questo perché, aldilà della direzione che prenderà la Corte, le cause presentate al tribunale di Massa non riguardano solo gli aspetti costituzionali della norma ma puntano anche e soprattutto a dimostrare che quelle cave e quei mappali sono proprietà effettiva delle 11 società ricorrenti.
Ma questa partita non è solo una questione giuridica di diritti, di proprietà private. In gioco c’è anche la affermazione di un principio generale sul “di chi sono le cave”. Ed è per questo che, mentre in tribunale si svolgeva l’udienza, all’esterno andava in scena il presidio del Coordinamento contro la privatizzazione delle cave, un raggruppamento di movimenti (composto da composto Arci, Legambiente, Italia Nostra, Movimento 5 Stelle, Rifondazione Comunista, Sinistra Anticapitalista, Carrara Bene Comune, Gruppo di Intervento Giuridico, Fare Comunità, La Svolta, Assemblea Permanente e Verdi) che con striscioni e megafoni voleva mandare un messaggio al giudice. Così sintetizzabile: attenzione, magistrati, c’è stata un’abnorme lievitazione dell’esstensione delle cave in regime di beni estimate, frutto di un’usurpazione dei beni poubblici avvenuta nei secoli. Un invito, cioè al tribunale a prendere in considerazione la necessità di un approfondimento sulla consistenza e la natura dei beni al centro del procedimento.
«Siamo qui per sensibilizzare l’opinione pubblica e per dare un segnale al giudice e alla classe dirigente di questa città che c’è una consapevolezza da parte dei cittadini sul fatto che le cave sono un bene comune e che negli ultimi 50 anni abbiamo assistito all’usurpazione di un bene pubblico, una vera truffa ai danni dei carraresi. Come comunità dobbiamo prendere atto di questa cosa e prendere in mano il nostro destino. Allora sì che avremo le risorse per aggiustare le scuole e sistemare una città che cade a pezzi» ha spiegato Matteo Serafin, uno dei carraresi che hanno aderito al presidio. Il coordinamento contro la privatizzazione delle cave, ha messo a punto un esposto per informare il giudice Pellegri della rilevanza “pubblica” della materia affrontata e segnalare una serie di discrepanze nei documenti presentati dalle aziende.
Mentre il grosso del coordinamento è rimasto all’esterno del Tribunale, alcuni esponenti hanno provato ad assistere all’udienza.
Un tentativo stroncato sul nascere dal giudice, che ha allontanato la delegazione e rigettato l’esposto e questo perché, non essendo il coordinamento parte del processo, non era autorizzato né ad assistere né a depositare atti. Il lavoro di ricerca condotto nelle ultime settimane potrebbe però non essere stato del tutto vano: «Ogni apporto è bene accetto» hanno osservato Sonia Fantoni e Marina Vannucci, le avvocatesse del Comune, che hanno dato la disponibilità a esaminare i documenti del coordinamento per valutare la possibilità di utilizzarli nella battaglia legale contro le rivendicazioni dei privati sui Beni Estimati.
Cinzia Chiappini
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