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Pucci, l’operaio arrestato che ha confessato tutto

Pucci, l’operaio arrestato che ha confessato tutto

MASSA. Uno dei personaggi chiave dell’inchiesta Amen è stato l’operaio di Euroservizi Enzo Pucci: arrestato nel maggio del 2007 durante il blitz dei carabinieri che portò al sequestro del forno...

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MASSA. Uno dei personaggi chiave dell’inchiesta Amen è stato l’operaio di Euroservizi Enzo Pucci: arrestato nel maggio del 2007 durante il blitz dei carabinieri che portò al sequestro del forno crematorio cominciò a collaborare immediatamente con la procura. I Nas scoprirono uno scenario horror: trovarono alcune salme e resti di persone che risultavano, nei documenti, già cremate, ma che invece erano depositate nella cella frigorifera o accatastate in vari locali; trovarono condizioni igieniche a rischio e una gigantesca quantità di ceneri (umane) nascoste in un sotterraneo dello stesso cimitero. Qualcosa come 500 chilogrammi di rifiuti.

Interrogato dal pm Federico Manotti il giorno dopo le manette, Pucci ammise le sue colpe ma tirò in ballo i nomi di chi faceva parte dell’organizzazione. Da lì partirono altre intercettazioni che poi portarono agli arresti degli altri imputati finiti alla sbarra in quello che per una realtà come Massa si può definire un maxi processo. La sua collaborazione non gli ha portato grossi vantaggi: patteggiando è stato condannato a 4 anni e dieci mesi di reclusione (sarebbero stati sette se avesse scelto il dibattimento). Gli altri verdetti sulle cremazioni fantasma di Mirteto emessi dal giudice dell’udienza preliminare Ermanno De Mattia erano stati il patteggiamento di Luciano Del Sarto (un anno e 8 mesi), dipendente del Comune di Pisa; Giancarlo Rizzi (un anno e mezzo); Ernesto Ceccarelli (2 anni e 8 mesi), entrambi dipendenti di Euroservizi.

Il titolare di Euroservizi Renato Alibani all’inizio aveva provato a scaricare tutte le responsabilità addosso al subalterno Pucci. Contattato dal Tirreno dopo il blitz si era dissociato dal suo comportamento. Non sapeva però che l’operaio lo aveva già tirato in ballo e che il suo cellulare era intercettato. Ma Pucci è stato determinante anche durante il processo, dove da testimone dell’accusa ha reso delle dichiarazioni importanti che hanno creato parecchio turbamento in chi seguiva le udienze: «Nel forno crematorio di Mirteto eravamo costretti a girare le salme con una pala dall’esterno e a frantumare le ossa per accelerare la cremazione, che altrimenti non sarebbe mai avvenuta», aveva spiegato ai giudici mentre era incalzato da accusa e difese.

Dalle dichiarazioni dell’operaio erano state emesse tredici ordinanze di custodia cautelare. Con le manette che scattarono all’antivigilia di Ferragosto 2008 per Renato Alibani, titolare, all’epoca dei fatti, della società Euroservizi di Avenza (Carrara) che gestiva in appalto i servizi cimiteriali di Massa; Renzo Fialdini, funzionario del Comune di Massa (colui che doveva controllare la correttezza delle procedure), all’epoca responsabile dell’Ufficio cimiteri; Augusto Calzetta, un notissimo ex ufficiale dei carabinieri che per anni ha comandato il nucleo operativo dell’Arma a Massa; otto fra impiegati e operai della Euroservizi. Agli arresti domiciliari un dipendente del cimitero di Pisa, Luciano Del Sarto; e il titolare di un’impresa funebre di Serravezza: Renzo Paladini. Calzetta è stato assolto sia in primo grado che in appello, la procura non ha impugnato la sentenza e quindi in Cassazione l’ex ufficiale non c’è neppure andato. La vicenda processuale delle cremazioni del Mirteto è stata travagliata, sia a Massa che a Genova. A Massa perché quando si era arrivati alla vigilia della sentenza uno dei membri del collegio che doveva giudicare gli imputati, Cosimo Maria Ferri, fu chiamato a Roma per ricoprire l’incarico di governo di sottosegretario alla Giustizia. Per questo si ricominciò tutto (quasi) da capo, riconvocando i testimoni una seconda volta. Deposizioni brevi, solo per confermare quello che avevano detto la volta prima. Poi con la prescrizione di alcuni reati che incombeva Genova non dava cenno di accelerare i tempi. E così i familiari dei defunti finiti in quell’orrore di forno furono costretti all'ennesima protesta per non vedere calpestati i loro diritti. Il caso, partito dalle pagine del nostro giornale, arrivò alla stampa nazionale, con un servizio perfino sul Tg1. E alla fine la cancelleria della corte di appello stabilì tre date per arrivare alla sentenza. Era il marzo del 2015.

In mezzo tanti ricorsi in cassazione, dal primo per stabilire la territorialità del procedimento (le difese volevano fosse Pisa per un fatto analogo che vedeva coinvolta Euroservizi), oppure quello che riguardava la ripetizione del primo grado svoltosi in fretta e furia. Il timore degli avvocati degli imputati era quello di non avere il tempo necessario per formulare le loro perplessità. Martedì sera è stato scritta la pagina finale di questa vicenda. Almeno per quanto riguarda le responsabilità penali.(d.d.)

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