La manifestazione
«Così ci sparavano di notte»
Parla il padre di uno della gang dei Mazzi: «Prima erano amici dei Ricci, poi la guerra»
MASSA. Dopo la prima udienza introduttiva, con l’applauso di scherno di uno degli imputati al pm Alberto Dello Iacono, ieri è iniziato il processo sulla faida dei Poggi, la guerra tra la gang dei Ricci e quella dei Mazzi. Alla sbarra quattro giovani: i fratelli Ricci, Pablo e Mattia, e il loro amico Thomas Quadrella. Più defilato, visto che dovrà rispondere dei reati di ricettazione e detenzione di armi, Manuel Balloni. I componenti dell’altra banda sono già stati condannati perché hanno scelto riti alternativi (tre anni e otto mesi ciascuno a Elisa Mazzi e al fidanzato Andrea Bonuccelli e tre anni e undici mesi, col patteggiamento, ad Alessio Mazzi).
I primi testimoni, come voluto dal sostituto procuratore Dello Iacono, sono stati quelli che hanno subìto la faida, quelli che hanno sentito sibilare i colpi di fucile mentre stavano dormendo oppure si sono svegliati e affacciandosi alla finestra hanno scoperto che la loro auto era stata incendiata. Tutte malefatte dei Ricci, secondo l’accusa. È stato Fabio Bonuccelli, padre di Andrea, appartenente all’altra gang e fidanzato di Elisa Mazzi, a raccontare al collegio presieduto dal giudice Giovanni Sgambati (a latere Fabrizio Garofalo e Alessandro Trinci) la tensione che hanno avuto lui e sua moglie in quei dieci giorni - dal 13 al 23 aprile del 2013 - che per ben due volte hanno sentito sparare contro i muri di casa e contro le loro finestre: «La prima volta erano le tre del mattino, io e la mia signora stavamo dormendo quando le esplosioni ci hanno svegliati di soprassalto. Mi sono affacciato, ma non ho visto niente, soltanto il rumore di uno scooter che andava via. Credevo fossero dei petardi, invece la mattina andando al lavoro ho notato i buchi nell’intonaco della facciata e le cartucce da caccia in terra. Ho capito che ci avevano sparato e ho chiamato le forze dell’ordine».
Bonuccelli si fa delle domande e chiede al figlio spiegazioni, anche se il ragazzo non vive più con i genitori ma a casa di Elisa: «Non mi diceva niente, era evasivo e sosteneva di non capire con chi potessero avercela». Ma poi arriva la notte del 23 aprile: «Mancavano pochi minuti all’una. Ho risentito le esplosioni e ho visto le persiane scheggiate. Poi ho sentito loo stesso scooter. Ho chiamato la polizia e la mattina dopo ho preteso spiegazioni da mio figlio, io non avevo fatto niente a nessuno. E lui mi ha detto che c’erano degli screzi con i Ricci, nati dopo che erano state incendiate le auto dello zio di Elisa (nel frattempo deceduto). Ero preoccupato per lui, visto che prima era amico di Mattia, tanto che quest’ultimo era venuto a trovarlo in casa nostra quando era ai domiciliari. Sono una persona lontana anni luce da vicende come questa e temevo per quello che poteva succedere con quella escalation di violenza».
Danilo D’Anna
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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