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Feto morto all'Opa, il pm: "Condannate il ginecologo a otto mesi"

Feto morto all'Opa, il pm: "Condannate il ginecologo a otto mesi"

Ha chiesto una condanna a otto mesi il pubblico ministero Alessandra Conforti per il ginecologo Roberto Marrai, alla sbarra con l’accusa di omicidio colposo per la morte di un neonato all’Osped...

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MASSA. Ha chiesto una condanna a otto mesi il pubblico ministero Alessandra Conforti per il ginecologo Roberto Marrai, alla sbarra con l’accusa di omicidio colposo per la morte di un neonato all’Ospedale pediatrico apuano. Per il sostituto pocuratore il medcico con la sua condotta ha causato il decesso del piccolo, costringendo la madre, che doveva partorire, a un attesa che si è prolungata per parecchie ore. I legali del ginecologo, invece, hanno chiesto l’assoluzione del loro assistito, forti della perizia effettuata dal consulente nominato dal giudice Fabrizio Garofalo. Per il ctu - il ginecologo Guido Bertorello, docente dell’università di Pisa, Marrai ha rispettato il protocollo, attenendosi a quello che dicono le linee guida in casi come quello avvenuto all’Opa il 5 settembre del 2011. La sentenza ci sarà il 15 giugno.

La giovane madre, secondo l’ipotesi dell’accusa, era rimasta per tre ore e mezzo in ospedale, dalle tre di notte alle 6 e mezzo del mattino. Prima dentro, dove era stata sottoposta a un primo tracciato, e dopo fuori, sdraiata in macchina, insieme al marito, in preda ai dolori del parto. Non era ancora pronta, secondo il ginecologo di turno, Marrai, per essere ricoverata. In sala travaglio la donna c’era arrivata dopo le sei, troppo tardi: al secondo monitoraggio non si sentiva più il battito del feto. Da lì la contestazione da parte dei mancati genitori, che si sono costituiti parte civile (rappresentati dai legali Massimo Ansaldo e Matteo Ridolfi) i genitori del bambino nato morto, il fratellino e i nonni. Marrai invece è assistito dall’avvocato Andrea Verona.

Il medico in aula si è difeso con tutte le sue forze, raccontando i fatti di quella notte: «Non ero in ospedale quando il bambino è nato morto. E sul secondo tracciato effettuato alla donna poco prima che partorisse è stato posto il timbro dell’ospedale, non la mia firma. Non sono di mio pugno neppure le note in calce aggiunte nella documentazione finita nella cartella clinica. «Io mi ritengo innocente perché non ero in ospedale quando la ragazza è stata fatta partorire, non appena mi hanno avvertito di quanto era successo sono rientrato, ma ormai era già accaduto tutto». E aveva aggiunto: «Fossi stato in ospedale avrei visitato la paziente, valutato i parametri e prolungata l’analisi cardiotopografica. Ma, lo ribadisco fino alle 5 e 20 non c’era necessità di procedere con un tagli cesareo. L’attività delicatissima di sorvegliare il monitoraggio e il tracciato del feto era stata affidata a una ostetrica tirocinante e io non e sapevo nulla».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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