Il Tirreno

Caso Taibi, “Diabolik” non è ancora scagionato

di Alessandra Vivoli
Caso Taibi, “Diabolik” non è ancora scagionato

Si indaga sul ruolo del primogenito di Roberto Vignozzi, in cella col padre. Mancano ancora i risultati dello stub

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CARRARA. Forse la scelta di trasferire padre e figlio, Roberto e Riccardo Vignozzi, nel carcere di massima sicurezza di Sollicciano e di metterli addirittura in cella insieme non è stata casuale. Anzi, sembra che sia stato un passo importante nell’ambito delle indagini sull’omicidio del maresciallo dei carabinieri Antonio Taibi, ucciso nel gennaio scorso dall’ex postino settantaduenne Roberto Vignozzi. Non è infatti ancora stata appurata l’estraneità al delitto di Riccardo Vignozzi, “Diabolik”: potrebbe essere quindi esserci lui dietro l’atto del padre che ha spezzato la vita al carabiniere di 47 anni. E, proprio per le indagini, la convivenza di padre e figlio, potrebbe essere fondamentale per l’acquisizione di nuove prove o per fare emergere, proprio attraverso la convivenza forzata, elementi importanti per le indagini stesse.

Le indagini: ipotesi del concorso in omicidio. Quella che spunta, o meglio rispunta, è un possibile concorso, in omicidio, da parte del figlio primogenito del Vignozzi, quello che appunto si trova in carcere insieme al padre a Sollicciano.

Intanto la chiusura delle indagini sembra davvero vicina (potrebbe essere già a fine mese): mancano agli atti - dopo cinque mesi - le prove stub (serve per determinare chi ha sparato) a cui è stata sottoposta, lo ricordiamo, tutta la famiglia di Vignozzi. È stata invece dissequestrata la macchina utilizzata da Roberto Vignozzi per raggiungere l’abitazione di Antonio Taibi: ancora sotto sequestro il telefono cellulare e un rullino, all’interno di una macchina fotografica, trovato nell’auto il giorno del delitto.

Gli elementi mancanti. I risultati dell’esame dello stubb e gli ultimi elementi al vaglio degli inquirenti che potrebbero passare anche attraverso i nuovi interrogatori di Vignozzi padre e figlio. Questi sono i tasselli mancanti per arrivare, in tempi stretti, alla chiusura delle indagini. Solo a quel punto sarà fissata l’udienza preliminare per Roberto Vignozzi che, lo ricordiamo dal gennaio scorso si trova in carcere, prima è stato in quello di Massa e da qualche settimana in quello di Sollicciano.

L’omicidio. Il delitto del maresciallo Antonio Taibi risale al 27 gennaio scorso.

Di prima mattina Roberto Vignozzi si è presentato a Carrara, in via Monterosso, a casa del maresciallo. «Scusi signore può scendere un attimo? Sono un musicista e dovrei parlarle». L’ex postino ha citofonato e ha raccontato una bugia per trovarsi di fronte il carabiniere e compiere la sua folle vendetta. Il maresciallo dei carabinieri Antonio Taibi, 47 anni, sposato e padre di due ragazzi di 17 e 14 anni, è sceso portandosi appresso il figlio più grande. Non era ancora arrivato al portone quando ha visto Roberto Vignozzi. Il sottufficiale non ha avuto nemmeno il tempo di capire cosa stava accadendo che è stato colpito da distanza ravvicinata. Al cuore. Morendo sul colpo, sotto gli occhi del figlio. Mentre l’assassino si dileguava senza scomporsi. Vignozzi si è poi diretto a Massa e si è consegnato poco dopo, e spontaneamente, in tribunale.

La visita a Sollicciano. Indagini che non sono ancora concluse ed elementi che gli acquirenti stanno acquisendo proprio in questi giorni e su cui potrebbe esserci un’accelerazione.

Questo è lo scenario che fa da sfondo all’ultima visita, l’altro giorno, dell’avvocato dei Vignozzi, Enrico Di Martino, al carcere fiorentino di massima sicurezza.

Il legale ha ricevuto un telegramma urgente da parte del suo assistito ma, durante il colloquio l’ex postino, per motivi di salute, non si è detto pronto a sottoporsi al nuovo interrogatorio voluto dall’avvocato.

«Ho trovato Roberto Vignozzi in condizioni di salute molto precarie - afferma l’avvocato Di Martino - La convivenza con il figlio ha aggravato il suo stato di depressione e di stanchezza mentale. Dovevamo programmare un nuovo interrogatorio ma non è stato possibile, il mio assistito mi ha detto chiaramente che non è nelle condizioni per poterlo fare».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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