Il Tirreno

Cave inattive da anni Parte la revoca delle concessioni

di Melania Carnevali
Cave inattive da anni Parte la revoca delle concessioni

Sono quindici secondo gli uffici tecnici le miniere da caducare Al via un protocollo di intesa con gli industriali per la marmettola

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MASSA. Pagavano la concessione ma non avevano mai presentato il piano di coltivazione. O lo avevano presentato, ma l’attività estrattiva era ferma da anni, nonostante la legge - la normativa risale al 1846 - imponga che, quando le cave non vengono lavorate per due anni (o non viene pagato il canone), il Comune debba procedere alla revoca della concessione. Mai fatto. O quasi.

Caducazioni. Adesso quindici cave del comprensorio massese verranno caducate, ossia verrà annullata loro la concessione. Gli uffici tecnici stanno lavorando alla delibera che di fatto toglierà di mano ai concessionari le cave inutilizzate.

È uno dei risultati del giro di vite dell’amministrazione comunale sul mondo cave. Anche la Corte dei conti, d’altronde, aveva puntato il mirino sul Comune per tutta una serie di irregolarità che potrebbero - siamo ancora nella fase delle indagini - aver provocato un danno erariale alle casse pubbliche.

Una cava data in concessione ma ferma significa, infatti, mancato incasso della tassa marmi. Peggio ancora: in alcuni casi - come denunciato anche in procura dalle associazioni ambientaliste - il concessionario ha rivenduto la concessione. Tutto a discapito ovviamente della collettività.

Sono una quindicina, secondo gli uffici tecnici, le cave da caducare. «In alcuni casi - fa sapere il vicesindaco e assessore all’ambiente, Uilian Berti - si tratta di piccoli scampoli in cui l’attività non è mai nemmeno partita. Come una cava sopra al Cartaro, dove non hanno mai estratto marmo».

Marmettola. Altro ambito in cui sta lavorando l’amministrazione comunale è quello dell’inquinamento ambientale da marmettola, lo scarto di lavorazione del marmo che - essendo un rifiuto speciale - dovrebbe essere stoccato e portato in discarica. In ogni piano di coltivazione, poi, sono inserite precise prescrizioni su come trattare la marmettola, per evitare che questa, con la pioggia, scivoli nei corsi d’acqua. Prescrizioni spesso disattese. Lo dimostra il colore del Frigido dopo un acquazzone: bianco. E lo conferma pure l’indagine della guardia forestale, coordinata dalla procura di Massa, che ha potuto verificare che la quantità di marmettola smaltita in discarica non corrisponde a quella prodotta.

Adesso l’amministrazione fa un passo in avanti. Ha promosso un protocollo d’intesa, che di fatto verrà realizzato dagli industriali e poi verrà sottoscritto da entrambe.

Il documento conterrà norme e prescrizioni per la gestione delle acque reflue. «Anche se i ricercatori dell’università di Siena che stanno realizzato uno studio a tutto tondo sulle nostre cave - fa sapere Berti - hanno confermato che, avendo le Alpi Apuane un sistema carsico, anche il bacino marmifero di Carrara interferisce con le acque massesi». In altre parole, durante l’estrazione del marmo, la marmettola filtra attraverso le vene delle montagne e le percorre tutte, da parte a parte, fino al primo corso d’acqua che incontra.

Intanto però si parte da Massa. «I concessionari con questo protocollo - continua l’assessore - saranno obbligati a presentare ogni tot un formulario con tutta l’attività svolta: sugli interventi messi in campo per diminuire il rischio di inquinamento, sulla quantità di marmettola prodotta, su quella smaltita. Si avvia in sostanza un percorso di trasparenza con cui sarà più facile controllare quello che avviene in cava».

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