Il Tirreno

Illeciti alle cave, avvisi di garanzia pronti

di Melania Carnevali
Illeciti alle cave, avvisi di garanzia pronti

Chiusa la prima parte delle indagini che vede coinvolti quattro imprenditori. Tra i reati contestati anche l’abuso edilizio

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CARRARA. Non ci sono solo boschi spariti, fiumi ricoperti di detriti del marmo, marmettola (scarto di lavorazione) abbandonata nei piazzali di cava o dove capita e che poi, con la pioggia, finisce giù nei corsi d’acqua, intasandoli. Nelle cave apuane ci sono anche parecchi abusi edilizi. Si tratta, nella maggior parte dei casi, degli uffici o dei casottini di guardia: delle vere e proprie costruzioni senza, però, concessione edilizia. È un altro (piccolo) tassello della maxi inchiesta sugli illeciti ambientali alle cave apuane coordinata dalla Procura di Massa (e realizzata in sinergia con la guardia forestale) che sta per chiudere adesso il primo filone di indagine: quello che vede il mirino della giustizia puntato su quattro cave del bacino di Miseglia, a Carrara.

Sono pronti, infatti, i primi avvisi di garanzia che verranno spediti nei prossimi giorni a quattro imprenditori del marmo. Sono: Alberto Franchi e Quinto Ciuffi, rispettivamente presidente e amministratore delegato della Sam, società che detiene il 30 per cento delle concessioni marmifere, controllata in parte dalla Marmi Carrara (dove siede anche la famiglia Bin Laden); Rina Brizzi, amministratrice di Fb Cave, e Carlo Vanelli della Germignani e Vanelli Marmi.

I primi quattro indagati in una maxi inchiesta che ha allungato i tentacoli su numerose cave del marmo della provincia. Dopo i primi controlli nel bacino di Miseglia, il mirino si è infatti spostato su Torano (sempre a Carrara) dove sono state passate al setaccio quattro cave: la Poggio Silvestro A della Poggio Silvestri Marmi Srl, la Bettogli Zona Mossa di Aldo Vanelli Marmi, Bettogli B della Bettogli, Marmi Srl, la Bettogli A di Vanelli Ferdinando di Vanelli Giorgio & C. sas.

Da qui poi è partita una terza trance dell’inchiesta che ha coinvolto altre cinque cave, di cui quattro di Massa e una di Carrara. Sono la cava Canal Bianco della Escavazione Marmi Canalbianco Alto srl di Franco Barattini, a Torano, cava Madielle Marianna, il cui concessionario è la Pellerano Marmi srl (la ditta esercente però è la Ideat Marmi di Marco Ricci), cava Madielle di Giovanni De Angelis, cava Valsora Palazzolo, il cui concessionario è Turba Cava Romana srl di Giorgio Turba, cava Valsora di Giuliano Angeloni.

Ora, come detto, si è chiusa la prima trance. Numerosi i reati ambientali contestati, da quelli in materia di rifiuti a quelli di natura paesaggistica. Si tratta infatti di ravaneti nati al posto di boschi o di fiumi, senza uno straccio, peraltro, di autorizzazione paesaggistica, o di marmettola non smaltita.

Dalle indagini è infatti emerso che i ravaneti (i pendii dove si accumulano i detriti delle cave) continuano a essere alimentati, nonostante la normativa lo vieti dal momento che rappresentano un rischio idrogeologico. Gli inquirenti hanno potuto verificare, grazie ai rilievi laser scanner e a quelli aerei della Regione Toscana, che i depositi sono cresciuti negli ultimi anni sia in altezza sia in larghezza. E di molto.

Fosse solo questo. Alcuni ravaneti sono stati realizzati al posto di boschi, aree vincolate dalla legge Galasso, e di corsi d’acqua, adesso spariti per sempre sotto i detriti, in aree appartenenti al demanio idraulico. In entrambi i casi servivano autorizzazioni paesaggistiche di cui però non c’è traccia.

C’è poi la “piaga” marmettola, la quale, essendo un rifiuto speciale, dovrebbe essere stoccata e portata in discarica. E invece è stato verificato che la quantità smaltita, in alcuni casi, non corrisponde alla quantità prodotta. Che tradotto significa che una parte della marmettola non è mai finita in discarica. Adesso si scopre che in cava ci sono pure abusi edilizi. Tutti reati di naturale ambientale con una forte influenza, però, sul dissesto idrogeologico locale.

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