Il Tirreno

A scuola senza la mensa Il Comune (forse) ci ripensa

di Chiara Sillicani

Riconvocati questa mattina tutti i dirigenti sulla chiusura anticipata delle cucine E le cuoche: fateci lavorare fino a fine giugno o staremo 4 mesi senza stipendio

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MASSA. Se decidono di organizzarsi, le mamme sono veri caterpillar. Così se le cucine scolastiche chiudono i battenti ad aule ancora piene e con l’anno scolastico ancora in corso, i genitori si attivano e raccolgono le firme: nome, cognome, classe frequentata dal bambino. La loro argomentazione è di immediata comprensione: se la scuola è a tempo pieno e il calendario è fissato ad inizio anno, il servizio deve essere garantito dal primo all’ultimo giorno di lezione. Perché - è altrettanto chiaro - se togli la mensa, la scuola primaria a tempo pieno non c’è più, nè l’uscita delle 16 per i piccolini dell’infanzia. La raccolta firme è a tappeto, con tanto di costituendo comitato. Al lavoro le mamme ad Ortola, Mirteto, Candia, Ronchi. E tante le lettere di protesta sulla scrivania di Silvana Sdoga.

L’assessore all’istruzione, di fronte a quelle lettere e alla protesta che monta, non si chiude a riccio e chiama a raccolta tutti i dirigenti scolastici, quelli con cui la decisione di interrompere il servizio (30 maggio per la primaria, 17 giugno per l’infanzia) è stata assunta. Questa mattina dirigenti e assessore faranno il punto, valutando tutte le ipotesi in campo. Anche quella del pasto fino all’ultimo giorno di scuola che all’infanzia è il 30 giugno.

Soluzione, questa, caldeggiata anche da chi ai fornelli ci lavora. Le cuoche, infatti, hanno un contratto che, dal giorno in cui il servizio mensa non c’è più, viene sospeso. A tradurre il concetto in parole più semplici ci pensano tre delegate sindacali. Sono, infatti, Gabriella Zanni, Annamaria Battistini (entrambe Filcams Cgil) e Lucia Rossi (Tulcs Uil) a spiegare che dal giorno in cui il servizio mensa non è erogato, loro non prendono un centesimo: «Nè ore di lavoro, nè contributi». Nè - aggiungono - il diritto alla disoccupazione perché loro, in estate, non sono certo licenziate, ma solo sospese. E interrompere la refezione scolastica dal 31 maggio (per chi lavora alle primarie) fino al 26 settembre, significa togliere alle lavoratrici 4 mesi tondi tondi di stipendio: «Con questo calendario - spiegano - torneremo a lavoro ad ottobre e potremo contare sulla prima busta paga a novembre».

Le delegate sindacali - ci tengono a sottolinearlo - non puntano il dito contro la Gazzoli, l’azienda che gestisce il servizio perché - spiegano - non ne abbiamo motivo: «Non è certo l’azienda per cui lavoriamo che decide quando sospendere la mensa. E crediamo che la stessa Gazzoli sarebbe soddisfatta dall’eventualità di lavorare più a lungo». Visto che se lavora, guadagna.

Le cuoche contestano piuttosto la frequenza con cui gli istituti e l’amministrazione ricorrono alla sospensione del pasto a scuola e si affidano all’esempio: «Ad ogni sciopero del personale scolastico, e non nostro, la mensa viene sospesa con il risultato che noi non lavoriamo e rischiamo di essere imputati, agli occhi delle famiglie, di un disservizio». Insomma, le sindacaliste si uniscono alle mamme e chiedono la mensa dal primo all’ultimo giorno di lezione... e oltre. Annamaria Battistini propone, infatti, servizi estivi, sul modello estate ragazzi, gestiti direttamente dal Comuni: «Gazzoli e noi potremmo garantire la mensa, i genitori lavoratori avrebbero risposte, il Comune si assicurerebbe un introito. Perché non pensarci?». Proposta per le famiglie e per le lavoratrici. Mamme e cuoche.

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