Il Tirreno

«Ci siamo voluti troppo bene»

di Alessandra Vivoli
«Ci siamo voluti troppo bene»

Le parole della moglie di Carlo Morelli e l’abbraccio alla bara Nessuna orazione funebre, solo il suo addio al marito

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CARRARA. «Carlo ci siamo voluti troppo bene, troppo bene».

Poche parole, sussurrate durante il lungo abbraccio della moglie Grazia, Graziella come la chiamano gli amici, alla bara di legno chiaro che racchiude Carlo Morelli, il marmista di 61 anni morto schiacciato dalle lastre nel piazzale della segheria Co.se.luc.

Sono le uniche parole di un corteo funebre, quello dentro al cimitero di Turigliano, in cui c’è stato solo silenzio.

Silenzio degli amici, dei compagni di lavori, delle istituzioni (erano presenti il vicesindaco di Carrara e quello di Massa). Dentro al cimitero non c’è stato spazio per altre parole, per discorsi e orazioni funebri. Solo quelle della moglie Grazia.

Lei, distrutta da dolre, si è fatta coraggio, in prima figlia, a braccetto della figlia Alessia, ha accompagnato il feretro fino in fondo al cimitero. Solo nel momento del distacco, solo prima della sepoltura, il cedimento. Quell’abbraccio, lungo, infinito, e il suo ultimo messaggio al marito.

Subito dopo la donna, che fino a pochi minuti prima si era fatta così tanta forza, ha quasi accusato un malore. I parenti l’hanno sorretta e lei ha voluto rimanere lì, nel cimitero fino alle fine. Ha voluto aspettare che anche la corona di rose aranciate, quelle della famiglia, venissero posate sulla terra fresca.

Il suo dolore, e il suo silenzio sono quelli della compagna di una vita. Lei e Carlo si erano conosciuti al mare, in estate, da giovani. E non si erano più lasciati.

Una storia bella, intensa e semplice: un amore di una volta e una famiglia, quella di Carlo e Grazia che non è abituata a stare sotto i riflettori.

E così hanno voluto che fosse anche l’addio a Carlo. Niente applausi, nessun discorso di rito. Solo le parole di amore di Grazia e le lacrime, quelle tante, degli amici. È stata la famiglia a scegliere il basso profilo, a privilegiare la concretezza ai discorsi, come faceva Carlo.

Al cimitero di Turigliano hanno cominciato ad arrivare alla spicciolata molto prima dell’arrivo del feretro da Massa. Già un’ora prima c’erano gli amici, gli ex compagni di classe, la gente di Melara, quella che Carlo lo ha visto crescere. Ma anche gli amici del fratello, Sergio, e i piccoli compagni di squadra del nipote: una macchia di casacche giallo azzurre nei colori cupi del cimitero. Sono proprio i bambini, con la genuinità tutta loro, a chiedere a mamma e papà quando arriva il nonno del loro compagno.

Per il reso di parole, anche prima del corteo funebre, ce ne sono state davvero poche. «Carlo - dicono alcuni amici che tengono in mano un grosso mazzo di fiori bianchi - avrebbe apprezzato. Non era tipo da tante cerimonie, andava dritto al sodo. Era un uomo semplice, con valori veri. Una persona che è bello incontrare nella propria vita».

Non hanno parole, invece, le amiche della figlia di Carlo e Grazia.

È lei che, davanti al carro funebre tiene stretto a braccetto la mamma. È lei a abbracciare la bara, prima del distacco, insieme alla madre. Senza dire nulla, parlano solo le loro lacrime, non più trattenute.

Poi, con un gesto che parla, più di mille parole, è sempre la figlia a lasciare alla madre l’ultimo contatto con il feretro. È lei a fare un passo indietro e a lasciarla sola. L’ultimo abbraccio alla bara è quello di Grazia. È lei che saluta, per sempre il suo Carlo.

È lei che rimane china, a lungo, sul legno. Sembra piccolissima. Sembra una bambina.

Le uniche parole di tutto il corteo funebre sono parle d’amore. Sono le parole e più forti, sono le sue, quelle di Grazia.

«Carlo, ci siamo voluti troppo bene»: sei parole che racchiudono tutto il significato di una storia d’amore grande.

Un amore di altri tempi, di sani principi, con pochi fronzoli e tanta concretezza. Un amore semplice, proprio come la vita di Carlo Morelli.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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