Sicurezza
Massa e Carrara si fermano per l’addio a Carlo, l'operaio morto in segheria
Oggi è il giorno dei funerali: sciopero e lutto cittadino in due città. Alle 15.30 il concentramento dei sindacati davanti all'obitorio prima che la salma venga trasportata al cimitero di Turigliano
MASSA. Carrelli fermi, macchine da lavoro spente. Oggi (11 maggio) i blocchi di marmo rimarranno grezzi nei piazzali delle segherie in attesa di essere lucidati. Non partiranno lastre per mercati stranieri, né verranno segate montagne. Oggi è il giorno del lutto per l’ennesima morte di un operaio del marmo: Carlo Morelli, 61 anni, dipendente precario della cooperativa Coseluc, morto lunedì mattina schiacciato dalle lastre di marmo. I sindacati hanno indetto uno sciopero per oggi, giorno dell’ultimo saluto all’uomo. Nessun funerale o rito religioso: un semplice addio collettivo che verrà dato alle 15.30 all’obitorio dell’ospedale Apuane a Massa, prima che la salma venga portata al cimitero di Turigliano, a Carrara, comune dove lui risiedeva.
I cavatori e gli operai delle segherie oggi incroceranno le braccia per otto ore. Tutte le altre categorie della provincia per quattro. Perché un morto sul lavoro tocca tutti. Dal Comune di Carrara arriva l’invito a rispettare un minuto di silenzio alle 12 e poi alle 15.30, quando partirà il corteo funebre. E tutti e due i Comuni poi hanno proclamato il lutto cittadino per oggi.
Tutto come un mese fa, quando a morire per colpa del marmo furono due cavatori, Federico Benedetti e Roberto Ricci Antonioli, divorati entrambi da una frana alla cava di Colonnata.
Il mirino della rabbia si sposta adesso dalle cave al piano, nelle segherie. Luoghi di lavoro (teoricamente) più sicuri di una montagna, ma dove si muore comunque. E spesso. L’ultima morte al piano cinque mesi fa, l’11 dicembre 2015: Stefano Mallegni, 52 anni, di Ortonovo, era rimasto schiacciato da due lastre mentre manovrava il carroponte. La stessa sorte di Carlo Morelli. Anche lui stava spostando il carroponte quando le lastre lo hanno colpito alle spalle provocandogli uno shock traumatico. Sembra un destino maledetto quello che striscia sotto le vite di chi lavora nel marmo. Anche se c’è chi lo chiama in un altro modo. «Gli incidenti accadono quando le aziende fanno svolgere determinati lavori a un solo operaio quando ce ne vorrebbero due», commenta Dino Novembri, dei Cobas, cavatore in attesa della pensione (ora in mobilità) oltreché sindacalista. Uno insomma che le dinamiche del settore le conosce a fondo. «I Cobas sono più radicati nel mondo delle cave rispetto ai laboratori - continua - ma le dinamiche sono le stesse al monte e al piano. Per certe macchine servono almeno due operai, ma succede spesso che l’operaio sia solo. Come, mi sembra di capire, sia accaduto a Carlo».
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Oggi quindi il lavoro apuano si ferma di nuovo, a nemmeno un mese di distanza dall’ultima volta. I lavoratori si ritroveranno alle 15.30 davanti all’obitorio di Massa e da lì partiranno per il corteo funebre verso il cimitero di Turigliano. È l’ultimo saluto all’ennesimo collega che se ne va.
«Non si può assistere ancora a tragedie come questa- fanno sapere Cgil, Cisl e Uil - non è la fatalità ma ancora il mancato rispetto delle più elementari norme di sicurezza. Solo la repressione può fermare questi omicidi. Il settore del marmo è un tutt’uno con il territorio ma non ci possiamo permettere queste tragedie».
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