Sicurezza
«Ci prendevamo in giro per divertirci al lavoro»
All’obitorio dell’ospedale Apuane le lacrime dei parenti e lo strazio dei colleghi Giuseppe Bruschi: «Lo avevano appena assunto per tre anni ed era felice»
MASSA. Giuseppe Bruschi guarda l’ingresso dell’obitorio e scuote la testa. «Ma guarda come è finita questa giornata», dice sottovoce e il pensiero vola a quanto accaduto poche ore prima.
È uno dei colleghi di Carlo Morelli, l’operaio morto ieri mattina nel laboratorio di marmo della cooperativa CoSeLuc, in via Martiri di Cefalonia, al confine con Carrara. Erano entrati insieme a lavoro, lui e Carlo, alle 6 di mattina, e alle 14 avrebbero staccato. «Sembrava una giornata normale», riprende. «Una giornata normale», ripete.
E invece normale non è stata. Poco dopo le 8, Carlo va a aiutare un collega, sposta il carroponte e le lastre lo colpiscono in pieno. Alle spalle. Cade a terra. È ancora vivo. Chiede aiuto. E sul posto arrivano due colleghi con lo tolgono da sotto le lastre: uno le alza con una pala, l’altro lo trascina fuori. Poi l’ambulanza, la corsa in ospedale, i tentativi di rianimarlo. Inutili. Carlo è morto al pronto soccorso pochi minuti dopo.
«È una tragedia inspiegabile», commenta Marco Cavalletti, un altro collega appoggiato sull’auto in sosta davanti all’obitorio. «Carletto era una bella persona, ma come si può morire così, all’improvviso?». Poi fa una pausa e riprende: «Non doveva finire così». E si allontana.
Davanti all’obitorio è un via vai di persone e l’insolito silenzio rende ancora più rumoroso il dolore. Quasi si tocca, spigoloso, lo strazio della moglie. Si respira pesante il supplizio della figlia, con le lacrime che le rigano il volto. E ti pugnala allo stomaco il tormento della madre, che guarda il vuoto e si chiede “perché”. E i parenti, gli amici, i colleghi fuori dall’obitorio in silenzio in segno di cordoglio, ma anche di rispetto. Rispetto per quell’uomo che ha faticato una vita per trovarsi inghiottito da quel marmo che fino ad allora tanto gli aveva dato. «A gennaio - ricorda ancora Giuseppe - era riuscito a ottenere un contratto di tre anni, dopo tanti piccoli rinnovi di sei mesi in sei mesi. Era così felice. Quando ha firmato il contratto è venuto sorridendo dicendomi “e ora si va verso la pensione”».
Non la vivrà mai la vita da pensionato Carlo. «Aveva iniziato tardi a lavorare lui - continua Giuseppe - quindi gli mancava ancora un po’. Ma era felice». Si ferma. Scuote di nuovo la testa. «Quanto si scherzava noi- continua - Ci prendevamo sempre in giro. Perché? Senza un perché. Ci divertivamo così».
All’obitorio continuano ad arrivare amici, colleghi, conoscenti. «Lo conoscevo a malapena, ma è uno strazio, perché è l’ennesimo collega che se ne va», commenta Davide Silvestri, commerciante del marmo arrivato al laboratorio pochi minuti dopo l’incidente. «Dovevo vedere a che punto erano i miei materiali - continua - e invece sono a piangere un morto».
Anche i sindacalisti vanno e vengono, perché non se la sentono di non essere lì, di non esprimere la propria vicinanza alla famiglia. «Non ne possiamo più di piangere colleghi», commenta da davanti all’obitorio Roberto Venturini, della Fillea Cgil. «Si mette un puntello da una parte e esce dall’altra», commenta amaro Giacomo Bondielli, della Filca-Cisl.
Nel frattempo esce il medico legale che fatto l’autopsia sulla salma, il dottor Maurizio Ratti. «Carlo è morto per lo choc traumatico causato dai danni subiti. Non c’era nulla da fare».
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