Il Tirreno

Gaia, l’altra zavorra: l’attività estrattiva

di Melania Carnevali
Gaia, l’altra zavorra: l’attività estrattiva

Il gestore spende 53mila euro all’anno per rendere potabili le acque a Carrara a causa della presenza di marmettola nei fiumi

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CARRARA. Negli acquedotti di Carrara arrivano acque intrise di marmettola, lo scarto di lavorazione del marmo che nonostante debba essere trattato come rifiuto speciale (e portato quindi in discariche apposite) continua inesorabilmente a finire nelle sorgenti e nei corsi d’acqua. A suggellare il già noto (per chi vive in questo territorio e vede, se non quotidianamente, quasi, diventare bianchi i fiumi) è Gaia, la società che gestisce il servizio idrico nella provincia, la quale, contattata da Il Tirreno, non solo conferma che le «interferenze» dei bacini estrattivi con le sorgenti sono «evidenti», ma chiarisce pure quanto costi tutto questo alla città: circa 53 mila euro all’anno. Spiccioli in confronto ai costi di gestione del depuratore di Massa, quello del Cartaro, piazzato sotto il bacino marmifero di Casette, dove rendere potabili le acque che provengono dalle cave costa 300mila euro in più all’anno rispetto alla depurazione di acque “marmettola free” (tanto costano i filtri).

Ma solo perché a Carrara, attualmente, l’unico impianto di depurazione con i filtri ad hoc è fuori uso e, ogni volta che i fiumi si colorano di bianco, viene attivato un articolato processo di esclusione delle acque dalla rete idrica. In sostanza viene utilizzata la metà delle sorgenti utilizzabili.

Riavvolgiamo il nastro. Al momento il fabbisogno idrico di Carrara è garantito da due impianti di depurazione, situati uno a Torano e l’altro a Canalie. Il primo prende le acque dalle sorgenti: Carbonera, Tana dei Tufi, Pizzuttello e Gorgoglio. Il secondo, quello di Canalie, dalle sorgenti: Ratto Inferiore e Superiore e dalla Martana. In più il sistema idrico del comune dispone di un campo pozzi piazzato nella zona costiera. In caso di emergenza poi, l’acquedotto di Carrara è collegato con quello ligure.

Succede però, e spesso (soprattutto in caso di pioggia), che le acque diventino torbide, piene di marmettola. «Si è evidenziato - fa sapere Gaia - che un determinato e ben individuato bacino estrattivo interferisce con le sorgenti di Torano sopra indicate, soprattutto durante le attività di taglio tradizionale ad acqua. Sono inoltre evidenti interferenze anche da parte di altri bacini estrattivi delle cave di Carrara - continua la società - in quanto durante i fenomeni metereologici si registrano incrementi significativi dei parametri delle torbidità, incrementi che per alcune sorgenti arrivano ad imporne l’esclusione dalla rete idrica».

Nonostante infatti gli scarti della lavorazione del marmo non vengano più gettati direttamente nei corsi d’acqua, come accadeva fino agli anni Ottanta (prima che ci fosse una normativa in campo di rifiuti), ci finiscono comunque. Da una parte la marmettola, invece di essere stoccata e portata in discarica, viene abbandonata dove capita scivolando poi con la pioggia verso valle. Dall’altra, filtra attraverso le vene delle montagne, durante l’estrazione del marmo, finendo giù nei corsi d’acqua.

Le sorgenti del bacino di Torano sono - fa sapere Gaia - quelle che «maggiormente risentono di questi fenomeni tanto che ad ogni evento piovoso corrisponde la loro esclusione». Anche se «i fenomeni che richiedono l’esclusione della sorgente Martana - continua Gaia - restano frequenti».

L’unico impianto dotato di filtri per la depurazione delle acque provenienti dalla cave è a Torano. Ma da dal 2012 è fuori servizio. Per cui in caso di torbidità delle sorgenti, l’approvvigionamento idrico a Carrara è garantito solo dalle sorgenti Ratto (più dalla messa in funzione dell’intero campo pozzi). Le altre sorgenti, in altre parole, vengono mandate in scarico. Tradotto: acqua buttata via, perché intrisa di marmettola.

Al di là dell’aspetto ambientale (la marmettola funziona un po’ come il cemento: si infiltra nel reticolo carsico, modifica i percorsi delle acque sotterranee e può essere causa del disseccamento di alcune sorgenti), il danno è anche economico.

Si spende infatti circa 53 mila solo per tenere l’impianto di depurazione fermo. «Gli impianti - fa sapere Gaia - non sono presidiati, quindi non c’è personale dedicato, l’impianto di filtrazione è fermo, ciò nonostante le stazioni richiedono attività di gestione e manutenzione ordinaria relativa agli impianti elettrici presenti, strumentazioni di misura e controllo, disinfezione manutenzioni ordinarie e straordinarie che ribaltano sul gestore costi di personale e materiali».

Nel dettaglio, il costo del personale per l’attività di manutenzione «ordinaria, straordinaria e gestione» è pari 30.326,11 euro; il costo dei materiali 12.693,57 euro, l’energia elettrica per i campo pozzi 161.144,75 euro. «Per quanto riguarda le prime due voci - fa sapere ancora la società - si può supporre che si possa addebitarne circa il 50% alla gestione della torbidità, mentre per la voce relativa al costo dell’energia elettrica del campo pozzi, quello da considerare è solo quello relativo al loro funzionamento nei periodi di messa fuori servizio delle sorgenti».

Considerando che, in condizioni normali il campo pozzi viene utilizzato nei periodi estivi come integrazione dell’acquedotto di Carrara, Gaia calcola che il costo addebitabile alla torbidità sia pari, «come minimo», al 20%.

«Pertanto - conclude - si può stimare in circa 53 mila euro il costo annuale a carico del gestore a causa della presenza dei residui della lavorazione del marmo nelle acque sorgive».

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