Il Tirreno

Il grido di allarme: in cava si lavora anche sul ghiaccio perché nessuno controlla

Melania Carnevali
Il sopralluogo della commissione parlamentare in cava
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Il sopralluogo della commissione parlamentare in cava

Il racconto di Franciosi, che ha denunciato ai senatori le condizioni del lavoro in cava

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CARRARA. «Non ho mai sentito di condanne per la morte di un cavatore. Alla fine sembra sempre che sia colpa nostra: perché quello era troppo vicino alla ruspa, l’altro sotto la bancata e l’altro ancora un po’ distratto. E nessuno che tenga conto dello stress a cui siamo sottoposti, delle fatiche, delle intemperie. E intanto si continua a morire». Riccardo Franciosi è cavatore da 35 anni. Lunedì mattina, durante il sopralluogo della commissione parlamentare d’inchiesta per gli infortuni sul lavoro alla cava Antonioli (dove il 14 aprile sono morti due cavatori), ha avuto il coraggio di parlare, di abbattere quel muro di omertà che protegge le cave, e dire tutto quello che non funziona lassù, sulle Apuane. Ha guardato in faccia i senatori e ha strappato loro promesse: «Vediamo se sono le solite chiacchiere da politico», dice a Il Tirreno, che lo ha contattato per farsi raccontare un po’ della sua vita tra il bianco del marmo.

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Franciosi lavora alla cava Calocara, la più alta del bacino Miseglia. Nelle stesse cave dove a novembre dello scorso anno è morto Nicola Mazzucchelli, colpito in testa da una perlina del filo diamantato. E quelle cave si erano già tinte di lutto poco prima, nel 2012, quando a perdere la vita era stato Lucio Cappè, schiacciato da un blocco di marmo. «Di quel giorno - racconta Riccardo - mi ricordo perfettamente l’odore del sangue nel piazzale di cava. Mi ricordo gli scarponi che spuntavano fuori da sotto il blocco. Sono cose che ti segnano, cose che non si dimenticano e che si portano come un fardello per tutta la vita».
In 35 anni di lavoro in cava, Riccardo, di colleghi, ne ha seppelliti parecchi. E a ogni perdita, la rabbia saliva di una tacca. «Mi domando dove sia finita - si sfoga il cavatore - quella forza di protestare per i nostri diritti. Mi ricordo nel ’92 quando avevamo picchettato anche i canali. Abbiamo scioperato per quindici giorni e in quei giorni non c’era verso che passasse un camion. Eravamo uniti, eravamo forti e avevamo voglia di far valere i nostri diritti. Ora i padroni sono riusciti anche ad ammorbidirci».
Il lavoro in cava è pericoloso e punto. Perché il piazzale di lavoro cambia continuamente e perché poi la montagna non avvisa prima di muoversi. Ma la tecnologia, secondo Franciosi, ha aumentato il rischio.
«La tecnologia ha aumentato il ritmo del lavoro - spiega il cavatore - E tu devi fare presto, per produrre sempre di più». E allora vai a tagliare un blocco dietro l’altro, sempre più veloce, sempre più preciso, cercando di non perdere mai la concentrazione. «Senza dimenticare che adesso - continua - le cave sono sottodimensionate a numero di dipendenti. Dove adesso ci sono quindici cavatori ce ne vorrebbero almeno il triplo». Quelli che ci sono, poi, non sono nemmeno così giovani. «L’età media in cava sarà di 45-50 anni - continua - dal momento che di giovani non ne assumono più. Questo anche perché le persone non vanno in pensione e quindi non c’è turn over».
Uomini di oltre 60 anni quindi continuano a salire in cava, a staccare blocchi, con il freddo, il caldo, la pioggia, tutti i giorni, cinque o sei giorni a settimana, a volte anche dieci ore al giorno. «Nella nostra cava - continua Franciosi- gli straordinari sono volontari quindi non capita così spesso che qualcuno faccia dieci ore. Ma in altre cave lavorano tutti i giorni dieci ore».
E non importa poi se piove, se c’è il ghiaccio, o la neve. La normativa vorrebbe che in quel caso l’attività si fermi. Ma «non succede quasi mai», confessa il cavatore. «È inutile - continua - fare le leggi se poi non controlli che vengano rispettate. Perché non mandano qualcuno a controllare quando c’è il ghiaccio o quando piove per vedere se si lavora o no?».
Franciosi lavora da 35 anni, ma ha avuto la fortuna di iniziare a lavorare tardi, rispetto alla media: a 20 anni. «Un collega lavora da 42 anni ma ha iniziato prestissimo -spiega - e questo significa che dovrà lavorare in tutto 46 anni. Nessuno s’immagina cosa significhi lavorare 46 anni in cava». I cavatori chiedono da tempo che il loro lavoro venga riconosciuto come usurante e che quindi sia data loro la possibilità di andare in pensione con 35 anni di contributi e 55 anni di età. Ma il muro di gomma della politica fino a oggi li ha sempre respinti. «Dovrebbero anche - conclude Franciosi - fare una legge che stabilisca che per un tot di metri quadrati di cava ci debbano essere un tot cavatori. Se la politica non si muove, si fa complice di questa strage bianca».

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