Il Tirreno

«Ma senza uno sbocco al mare si soffre»

«Ma senza uno sbocco al mare si soffre»

Guidetti, patron del gruppo Fipa-Maiora: da anni le aziende del settore chiedono il travel-lift al porto. Senza risposta

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CARRARA. «Guardi, le faccio solo un esempio: per alare e riportare in mare una barca destinata al refitting mi hanno fatto, un preventivo da 27.000 euro. Ai Navicelli di Pisa, ne avrei spesi 3.000. Che devo dire? Che, forse, qui a Marina di Carrara la nautica da diporto non la vogliono». Il clima di festa per il varo del nuovo Ab 100 – «un’imbarcazione davvero importante, di cui siamo orgogliosi» – non toglie del tutto l’amarezza Francesco Guidetti, patron del gruppo Fipa.

L’imprenditore viareggino ha puntato – lo ha fatto ormai anni fa – su Massa. Alla ex Dalmine ha trasferito dalla Versilia il grosso della sua produzione di barche di lusso. Gli spazi adeguati che ha trovato, la vicinanza al porto, lo hanno indotto a questa operazione importante. Ma da allora, siamo ai primi anni Duemila, attende una cosa in fondo semplice e neanche troppo onerosa. Cioè che al porto di Marina di Carrara venga realizzato un punto dedicato per il varo degli yacht o per issare a terra le imbarcazioni e portarle ai cantieri per la manutenzione. Ossia uno spazio dotato di travel lift, che è, appunto, una speciale gru studiata per queste operazioni. «Da oltre dieci anni – dice Guidetti – chiediamo alle amministrazioni comunali di Carrara e di Massa, all’Autorità portuale, alla Porto Spa, a tutti i soggetti interessati, di aiutarci a dare questa soluzione alla nautica. Niente, non si è arrivati a niente. Vero che il porto di Marina di Carrara ha una vocazione commerciale, però credo che una soluzione si potrebbe trovare. Se ci fosse la volontà».

Il problema messo in evidenza da Guidetti è serio. Se per il varo di un superyacht i cosit e i tempi del varo sono secondari rispetto al valore della barca, quando si tratta di refitting (ricondizionamento o rifacimento di un a barca usata), la mancanza di un travel lift pesa parecchio sui conti dell’intervento. E il refitting “pesa” in misura sempre più importante sui fatturati dei cantieri, anche di quelli che privilegiano il nuovo come Fipa Maiora. «Per il nostro gruppo, il refitting vale il 20% almeno della produzione ed è vitale anche per fidelizzare i clienti che portano le loro barche a rimodernare, per fornire loro l’adeguata assistenza», dice ancora Guidetti. Le aziende nautiche apuane, supportate da Cna, avevano avviato qualche anno fa una campagna per ottenere il “varco” sul mare. Senza successo. Nel 2013, appena insediato a Nca, Giovanni Costantino, manager di The Italian Sea Group promise: lo sbococ al mare ve lo garantisco io (tramite il bacino dei cantieri, intendeva). Niente. E a soffrire è tutto il comparto, con centinaia di posti di lavoro e prospettive di crescita ancora buone.

Il gruppo capitanato da Francesco Guidetti, comunque, tira avanti. Con i marchi Ab Yachts, Maiora, Cbi Navi, Intermare, è uno dei più importanti a livello mondiale e dà lavoro a 74 persone, più a un indotto a geometria variabifatto di manodopera spesso altamente specializzata, valutabile svariate decine di persone. «Il mercato – spiega Gabriele Chelini, responsabile amministrazione e finanza del gruppo Fipa – ha forse superato la crisi degli anni scorsi, ma non attraversa un momento esaltante. La nostra azienda, va avanti, non facciamo dichiarazioni roboanti, ma abbiamo commesse e contiamo su una clientela internazionale che sa che sappiamo costruire barche uniche, affidabili e performanti. Entro la fine di maggio consegneremo un Maiora di 36 metri, altri yacht saranno varati entro la fine dell’anno». La navigazione nel mercato mondiale non è facile neanche per le barche da ricchi. Ma il gruppo Fipa ci sta riuscendo.(c.f.)

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