Sicurezza
Non abusò della figlia: confermata l’assoluzione
CARRARA. Sedici anni di carte bollate, querele e processi. Sedici anni passati a difendersi da quella che per un padre è l’accusa più infamante: quella di aver abusato della figlia quando la...
CARRARA. Sedici anni di carte bollate, querele e processi. Sedici anni passati a difendersi da quella che per un padre è l’accusa più infamante: quella di aver abusato della figlia quando la ragazzina, ora maggiorenne, aveva solo sei anni.
Una vicenda delicatissima sulla quale nei giorni scorsi si è pronunciata la Corte di appello di Genova (presidente il dottor Mazza) confermando la sentenza di primo grado. Ossia l’’assoluzione, “perché il fatto non sussiste” nei confronti del padre finito sotto processo.
La parte civile (la ex moglie e madre della ragazzina che all’inizio del procedimento era ancora minorenne) dovrà pagare le spese legali. Il padre, un commerciante ultracinquantenne, era assistito dai legali Adriano Martini e Alberto Lavaggi, la parte civile era rappresentata dall’avvocato Franco Perfetti (sostituito dall’avvocato Bertola).
È stata confermata quindi l’assoluzione sul ricorso presentato lo scorso dicembre dalla parte civile (e non dalla procura) nei confronti del commerciante carrarese che, come lui stesso ha ribadito più volte, ha vissuto un incubo lungo sedici anni. Sostenendo l’accusa infamante di aver abusato della figlia.
La storia parte da lontano. All’epoca dei fatti la piccola aveva solo 6 anni.
I genitori si sono separati e la madre si era accorta che la figlia stava male. I sospetti si concentrarono sul padre: fino alla denuncia querela nei suoi confronti. Allora tutto venne archiviato, non erano state rinvenute infatti le prove per poter andare a processo.
Ma la vicenda non si esaurisce qui. E ha un epilogo in tribunale. La ragazzina, secondo quanto raccontato dalla madre, continua a stare male e qualche anno dopo confida alla psicologa che il padre avrebbe abusato di lei. L’indagine allora riparte, con un’altra serie di perquisizioni e interrogatori. Il pm chiede il rinvio a giudizio e il gup decide che serve il processo. SI arriva così alla sentenza di primo grado, l’assoluzione “perchè il fatto non sussiste”.
È di pochi giorni fa la conferma in appello dell’assoluzione.
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