Proteste
Morì in reparto, risarcimento congelato
L’Asl riconosce mezzo milione dell’indennizzo ai familiari. E presenta appello a Genova. Se ne discuterà tra un anno
MASSA. Cinquecentomila euro di risarcimento li hanno avuti, per ottenere gli altri cinquecentomila dovranno attendere ancora un anno, quando cioè la corte di appello valuterà il ricorso presentato dall’Asl che si è opposta a liquidare tutta la somma che il tribunale di Massa ha deciso doveva essere corrisposta ai familiari di una donna morta per un errore dei sanitari. La signora era deceduta l'antivigilia di Natale del 2006, dopo quasi un mese di ricovero nell'ospedale di Massa.
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Aveva sofferto tantissimo prima di chiudere gli occhi per sempre, per questo i parenti hanno accusato i medici di negligenza e hanno portato l'azienda sanitaria apuana in aula. Dopo sette anni, grazie al loro avvocato Matteo Bertucci, i congiunti avevano ottenuto un maxi risarcimento che sfiorava il milione di euro, dato che il giudice di primo grado aveva riconosciuto anche i danni patrimoniali subiti da una delle figlie della paziente che era disoccupata e come unica fonte di reddito aveva la pensione della madre. Ma l’Asl si era opposta al pagamento di quella somma. Che non riteneva giusta. E ha presentato ricorso. I legali dell’ente riconoscevano ai congiunti un danno inferiore della metà. E così è questa parte che hanno liquidato, l’altra invece resta congelata in attesa del verdetto di Genova. Che però prima di un altro anno (ne è già passato uno da quando si è pronunciata Massa) non verrà sbloccata.
La donna non aveva ancora settanta anni ma era piena di acciacchi perché alle prese da trent'anni con il diabete. Nel 2006 scopre di avere una piccola tumefazione a un gluteo che le impediva di stare in piedi. E che le procurava un lieve stato febbrile. Ne parla in famiglia e i figli e il nipote la portano all'ospedale di Carrara per farla visitare nel reparto di Nefrologia e dialisi. I dottori la guardano, ipotizzano si tratti di un ascesso cutaneo e la lasciano andare consigliandole di sentire un chirurgo. Così i suoi cari la portano a Massa per vedere se almeno lì avrebbero fatto qualcosa di più, dato che la situazione andava peggiorando. Lo specialista diagnostica un flemmone e decide di trattarlo con gli antibiotici. È il primo errore, quello che di lì a poco si porterà via la pensionata. Anche perché l'ascesso si estende verso la coscia. Il perito di parte ha detto chiaramente che un'incisione avrebbe permesso di drenare il liquido che andava ad accumularsi e a infiammare i tessuti e l'organismo. Fatto sta che sopravviene la sepsi e la povera signora non risponde più alle cure. La sottopongono a diciotto trasfusioni per ripulire quel sangue che ormai è diventato la casa di una colonia di batteri che le succhiano la vita. Perfino un paio di choc settici, davanti ai parenti che si davano il cambio attorno al suo capezzale nella speranza di un miracolo. Che non arriva, perché il 23 dicembre l'anziana non c'è più. (d.d.)
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