Il Tirreno

Casette s’illumina per i morti alle cave

di Melania Carnevali
Casette s’illumina per i morti alle cave

Centinaia di candele accese a una settimana dalla tragedia nel paese dove viveva uno dei due operai uccisi dalla frana

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MASSA. Candele e silenzio. Casette, l’altra notte, si è illuminata di cordoglio. Un lamento poetico in segno di rispetto per la morte del compaesano, Roberto Ricci Antonioli, e del collega, Federico Benedetti, rimasti schiacciati entrambi giovedì scorso sotto duemila tonnellate di macigni di marmo nella cava Antonioli, a Colonnata. Quella stessa cava che si affaccia adesso timida e affranta verso Massa, come per chiedere perdono.

Federico e Roberto vivevano entrambi infatti a Massa. Il primo nelle verdi colline del Candia, anche se era cresciuto a Casone, a Marina di Massa, dove si era sposato e dove aveva cresciuto il figlio, Matteo, poco più che ventenne, anche lui cavatore, anche lui dipendente della cava Antonioli. Si è salvato per un soffio Matteo quella mattina, perché non stava bene e se ne era andato a casa poco prima della frana.

L’altro, Roberto, viveva invece con la moglie Cheti e la figlia Giulia a Casette, in una delle case che svettano alte sul paese, sotto le montagne mangiate dalle cave.

Da Casette si sente ancora scricchiolare quella montagna assassina dall’altra parte della valle. Si sente ancora la paura, il lutto, la disperazione di chi è rimasto ad affrontare il dolore.

Giovedì notte è stata la notte del ricordo, del rispetto. Gli abitanti hanno voluto commemorare i morti, a una settimana di distanza dalla tragedia, accendendo centinaia di candele in tutto il paese: sulle gradinate che portano alle case, sui banconi, sulle finestre, sui tetti, intorno alla chiesa, nelle strade.

Da lontano sembrava un paese incantato. Nascondeva il lutto e il dolore tra il caldo della luce e sotto la poesia delle candele accese.

«L’adesione è stata altissima: praticamente tutti gli abitanti hanno acceso lumini per Roberto e Federico», racconta don Orlandi, il parroco della chiesa di Casette.

Lui che con Roberto ha mangiato, parlato, riflettuto sulla vita, più e più volte, attorno a un tavolo di una cucina o in chiesa, e che adesso soffre come tutti gli altri, come se avesse perso un fratello.

«Tutta la famiglia ha sempre frequentato e collaborato con la parrocchia - spiega don Orlandi - E i legami che si creano tra i parrocchiani di un paese non sono gli stessi che si creano in una città». In una città i legami si perdono, diventano fragili, o liquidi, per rubare un termine alla sociologia. In un paese invece no. Rimango saldi, sempre. Il paese è come una grande famiglia: quando qualcuno se ne va, tutti perdono qualcosa.

«Nel paese - continua don Orlandi - i rapporti sono più intimi, più profondi. È difficile farsene una ragione. È difficile anche solo commentare quanto accaduto. Non ho le parole. Anche durante le messe ho cercato di tirare fuori qualche parola per lui, ma non ce la facevo. Le parole vengono spezzate dal dolore».

Casette non sembra nemmeno più Casette in questi giorni. Non si vedono i ragazzini giocare a pallone per strada, sbattendo il pallone da una parte all’altra e gridando a squarciagola “fallo, fallo”. Non si sentono più le chiacchiere ad alta voce delle vicine di casa. E anche la fruttivendola, quando arriva la mattina, lo fa in punta di piedi, in segno di rispetto per quel paese che si è ripiegato su stesso per piangere indisturbato.

Quelle candele accese, giovedì notte, erano le lacrime di Casette il cui dolore trasudava anche dalle pareti. «Ci metteremo un po’ a riuscire a dire qualcosa - continua il parroco - Appena passerà il dolore».

Ma chissà quando passerà il dolore. Chissà se passerà, soprattutto, a Matteo e Giulia, figli, rispettivamente, di Federico e Roberto. Loro, appena ventenni, strappati ingiustamente da quella sbornia emotiva che caratterizza la loro età e sbattuti, giù nell’ultimo girone dell’inferno, dove si trova chi perde il papà così presto, quando ancora sono tante le cose da imparare, quando ancora è tanta la protezione da ricevere.

Giulia, il suo dolore, lo ha tirato fuori, almeno un po’, con una foto pubblicata sul suo profilo Facebook e un messaggio che spezza il cuore: «Il vuoto che hai lasciato dentro di me non potrà mai riempire nessuno babbino mio! Mi manchi infinitamente tanto! Ti amo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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