Il Tirreno

«Non abbiamo fatto abbastanza»

di Alessandra Vivoli
«Non abbiamo fatto abbastanza»

Alessandro Corsi: lo spirito omertoso nei confronti dell’Asl è sbagliato

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CARRARA. «Io non mi sento un padrone, ma mi sono sentito, questo sì, il figlio del padrone. Ricordo che mio padre parlava del marmo con disprezzo, i blocchi li chiamava sassi. E io, a scuola, andavo accompagnato dall’autista: mi vergognavo a farmi vedere dai compagni, con mia sorella Tilde ci facevamo lasciare sempre lontano dai cancelli».

Parla a cuore aperto Alessandro Corsi, imprenditore, 63 anni (36 scherza lui) e una storia di famiglia che da duecento anni è legata al mondo del marmo.

Dalle cave alla sicurezza, dall’imprenditoria di oggi e quella del passato: quella di Corsi è una riflessione a 360 gradi. Di un imprenditore che, con coraggio, ci mette la faccia fa autocritica e lancia un messaggio importante ai colleghi.

Alessandro Corsi comincia a raccontare la sua storia che, almeno negli anni della gioventù, non ha nulla a che fare con le cave. «Mi sono iscritto alla facoltà di architettura, ricordo che volevo andare via da Carrara, e così voleva mio padre per me e i miei fratelli (la produttrice Tilde e il fratello minore Adolfo ndc). Ma le cose sono andate diversamente, e, dopo qualche tempo, mi piace pensare che forse ho sentito il “richiamo della foresta”, e 200 anni di storia alla fine nel sangue ti ci rimangono. Il mio primo approccio con la cava è stato nel 1976. Poi nel 1984 ho cominciato a occuparmi seriamente dell’attività di famiglia. Il lavoro mi ha cambiato, in positivo. Al monte mi hanno perdonato tutto, anche il mio passato da “cazzone”».

E quelle Apuane da cui aveva cercato di scappare sono diventate parte integrante della vita di Alessandro Corsi: in cava dove lavorano 25 operai, ci passa tutte le mattine. Poi torna giù in ufficio, in piazza Alberica, pieno centro di Carrara. Nel palazzo dove nacque lo scultore Pietro Tacca.

«Give rispect, have rispect: dai rispetto, hai rispetto - continua Corsi - Questo è il mio motto: il lavoro mi ha insegnato a mettermi dalla parte degli altri, a vedere le cose anche dal loro punto di vista».

E la gente del monte, su questo Corsi non ha dubbi, lo rispetta. «Anche se sono dall’altra parte della camera da presa, come piace dire a me, con i cavatori ho un ottimo rapporto, e ho intenzione di fare sempre di più e sempre meglio per quel che riguarda le condizioni di lavoro - continua - Io quando muore un cavatore mi sento partecipe della tragedia, ai funerali ci sono sempre, per un senso di rispetto, per l’appartenenza al monte: non importa da che parte stai, in quei momenti siamo tutti uguali».

E aggiunge: «Io non sento tensione sociale con la gente delle cave ma sento l’invidia della piccola borghesia, di una parte della città. Di quella gente che continua a ripetermi: “te t’ha avut fortuna nella to vita”. È vero, io sono stato fortunato, ma questa carta me la voglio giocare bene ed è quello che sto cercando di fare».

E aggiunge: «Se la città è divisa è anche colpa nostra, degli imprenditori del marmo. Il disastro lo hanno creato i nostri predecessori, anche la mia famiglia, perché non hanno investito e Carrara si è trasformata in una fogna. La Fondazione degli industriali deve essere un segnale di rinascita, un atto doveroso verso la nostra città».

«Gli imprenditori di una volta erano illuminati, dovevano prendere il monte per il verso giusto - prosegue - Il mio avo Tommaso, fu quello che cominciò a coltivare le cave, penso a Adolfo Corsi, che portò il filo elicoidale e le pulegge penetranti in cava per poter fare i tagli al monte senza usare le mine. Ma anche Cirillo Figaia, a Cesare Frugoli tutta gente che ha cambiato il lavoro alle cave. Mio nonno Giulio dalla Germania portò a Carrara le funi d’acciaio Krup per la lizzatura: prima si usavano i canapi, gli incidenti erano stragi».

Corsi parla anche del legame fra Carrara e la Germania: «La classe imprenditoriale dell’alta borghesia carrarese andava a studiare in Germania - afferma - i miei nonni parlavano in tedesco, anche in cava, quando non volevano far capire nulla agli interlocutori. Ma in cava ci andavano tutti i giorni, i padroni stavano in cava , non si delegava: ci hanno provato i nobili, ma sono subito spariti».

Alessandro Corsi arriva poi a affrontare il tema del giorno, quello della sicurezza.

«Una volta era tutto diverso, si andava in cava sapendo che si poteva non tornare a casa. Oggi non si può più pensare a questo modo. E se abbiamo fatto tanto non abbiamo fatto abbastanza»: lo dice fuori dai denti Corsi, rivolgendosi ai colleghi imprenditori.

«Lo spirito omertoso nei confronti delle istituzioni è sbagliato - aggiunge - Dobbiamo aiutare, ad esempio, l’Asl ad aiutarci. Non dobbiamo raccontare balle, perché si ritorcono contro di noi».

E ancora: «Non ce lo ha ordinato nessuno di gestire una cava, se non si è in grado di farlo si può cambiare mestiere. Ma i precetti vanno messi in pratica. Ogni volta che c’è stata una innovazione al monte è stata la stessa storia: “eh, ma com a ’s fa! Eh ma chi a’n s lavora pù”. Ma ricordiamoci che fino a qualche anno fa si prendeva l’olio e la nafta e si versavano nei ravaneti: poi ci hanno fatto capire che era sbagliato, che così non si poteva andare avanti. Abbiamo capito e lo abbiamo messo in pratica, continuando a lavore lo stesso».

Un nuovo approccio al monte, e una nuova organizzazione del lavoro: per il “figlio del padrone” passa dalla cooperazione. «Il futuro lo vedo con bacini marmiferi gestiti da gruppi mantenendo ognuno la propria identità e la propria storia: non deve esserci solidarietà solo nelle tragedie - continua - Mia madre mi ha insegnato “ubi victoria, ibi concordia”, dove c’è la concordia, lì c’è la vittoria. È come quando corrono i cavalli, se uno si fa male entra in pista l’altro, ma se c’è un solo cavallo quando si ferma si ferma tutto».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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