Il Tirreno

«Siamo un popolo e questi lutti segnano per sempre»

di Francesca Vatteroni
«Siamo un popolo e questi lutti segnano per sempre»

Parla Alvise Lazzareschi imprenditore e romanziere «Roberto ha lavorato per me, era uno dei migliori»

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CARRARA. Alvise Lazzareschi, l'autore di La casa del Colonnello, uscito in questi giorni in libreria, è concessionario della cava che si trova proprio nella vallata di fronte alla Cava Antonioli, la cava scenario della sciagura avvenuta qualche giorno fa. «Noi siamo un popolo-ci dice- e per noi è una tragedia, anche questa mattina riprendendo il lavoro si vedevano solo facce tristi, c'era un forte senso di scoraggiamento. Sono lutti che ti segnano per sempre. Roberto e Federico sono 2 della famiglia che se ne sono andati». «Conoscevo molto bene Roberto-prosegue Lazzareschi-ha lavorato con me per 5 anni dal 1996 al 2001. Quando lavorava con me era solo un ragazzo ma già prometteva bene: era molto attento, molto scrupoloso, uno dei miei migliori di sempre. Posso garantire che era un ragazzo partecipe, anche nel trovare soluzioni, insomma un ragazzo sempre attivo e presente e se non sbaglio doveva essere un capocava là da Antonioli. Il capocava è una figura molto importante. Non è una promozione che danno a tutti. Diventi caposquadra non solo per nomina dall'alto ma perché i tuoi compagni di squadra si fidano di te: devi essere promosso da tutta la squadra. Io dedico al capocava anche un capitolo del mio libro». Il racconto a cui si riferisce Alvise Lazzareschi, è il racconto intitolato Nonno Novembre. Nonno Novembre è la storia di un capocava che, grazie a un sogno premonitore, avvertì i suoi compagni di squadra che sarebbe franata una tecchia, la parete della cava, salvandoli così da morte certa. Ed è di questo che parla il libro di Alvise: di storie di paese a volte straordinarie e a volte ordinarie, tramandate dai vecchi ai più giovani e che lui un bel giorno ha deciso di raccogliere insieme e di mettere per iscritto per fissarle e renderle un punto fermo. Colonnata non è mai nominata, ma è lei la protagonista indiscussa de La casa del Colonnello; è lei quella dimora misteriosa, di cui esistono ancora oggi i ruderi disabitati, che i vecchi raccontano essere stata costruita per amore da un Colonnello di cavalleria per una nobildonna da lui amata fino alla morte.

Lazzareschi regala con un linguaggio spigliato, un affresco genuino di quel mondo particolare che è la comunità di questo minuscolo paese, incastonato nella roccia marmorea apuana e con lo sguardo dritto sul mare. Una comunità unita, fatta di cavatori che si guadagnano il pane ammazzandosi di lavoro e a volte morendoci; una comunità fatta di donne che aspettano il ritorno la sera dei loro uomini e che tremano al suono del mugnone, l'antica sirena che annunciava incidenti in cava. Un racconto sul mestiere duro del cavatore che solo un cavatore, come è Lazzareschi, può fare, per descrivere e portare fino a noi lettori, attraverso parole semplici e un linguaggio appassionato ma fluido e comprensibile ogni sfumatura, ogni dettaglio: raccontandoci del tecchiaiolo che si fa calare giù dalla parete legato al funone per ripulire la parete di marmo dalle parti instabili o delle donne che portavano dal fondovalle fino alle cave, sulla testa, sacchi di iuta pieni di sabbia silicea usata per tagliare il marmo o degli spartani, antichi depositari del più schietto spirito anarchico, il cui compito era riquadrare il blocco di marmo armati solo di mazzuolo e sciubbia ma che, rifiutandosi di avere un padrone, preferivano lavorare a cottimo. Tutto raccontato prendendo a prestito, storie e fatti di paesani e compaesani a volte esistiti e a volte no e favole tradizionali accadute solo nella fantasia. .

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