La manifestazione
Il dolore delle donne la speranza dei bimbi
Il saluto ai cavatori: insieme al monte e nell’ultimo viaggio Moglie, madri, figlie strette in un interminabile abbraccio
MASSA. Arriva per primo Federico Benedetti, sotto un manto di rose bianche. Arriva e aspetta, davanti al sagrato della Cattedrale. Perché i cavatori si aspettano sempre: loro la montagna la conoscono e sanno bene che non lascia spazio all’individualismo. Non ai protagonismi. Davanti alla cava non si sta da soli. Mai. Si sta insieme. Sempre.
Insieme Federico Benedetti e Roberto Ricci Antonioli. Al monte, ai comandi dell’escavatore, sotto il peso della montagna che, vigliacca, li tradisce. Insieme sul sagrato del Duomo, lungo le scale, davanti all’altare.
E con loro, con chi li ama, due città. Si mescolano le voci, le lacrime, gli accenti. Non ci sono i paesi, non c’è Carrara, non c’è Massa: c’è una comunità, tutta intera, che abbassa le serrande, chiude i negozi, lascia gli uffici. E piange. Piange i suoi figli: uomini e simbolo, di gente che si spacca le mani in cava, che ha le dita bianche segnate dalla polvere di marmo. Gente perbene. Padri di famiglia. Vince la forza dell’immedesimazione negli occhi bassi di chi sente la sorte condivisa, di chi giovedì raggela al frastuono delle pale dell’elicottero e corre fino a cava Antonioli. Perché l’elicottero tra i monti è cattivo presagio. Sempre.
Stefano Ricciardi lo vede arrivare quell’elicottero e corre da Fantiscritti. Con Federico ha fatto la strada dei marmi: cinque anni fianco a fianco, sulle ruspe. Poi in cava: due versanti e stessa vita. A scavar montagne e quando «scavi non sai cosa puoi trovare sotto». Non sai cosa ti riserva il monte, cosa le vene che nasconde, sai però chi sono gli uomini, quanti sono, cosa fanno. È davanti al duomo Stefano, amico e cavatore. C’è anche Davide Mazzi: lavora ai Ponti di Vara lui, nel bacino di Gioia a tagliar marmo c’è suo fratello. È stremante la corsa fin lassù, giovedì, per scoprire che una frana ha inghiottito due uomini. È la legge della cava, quella che ti porta ad accorrere, quella che ti insegna che insieme si vale di più. Nel lavoro e nella tragedia.
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Ecco allora, due città gridare a Federico e Roberto che non li dimenticherà, non dimenticherà i loro figli, le famiglie. Lo fanno con gli applausi, infiniti, ripetuti. Lo fanno con l’esercizio del silenzio quando il dolore diventa strazio. Quando le famiglie si raccolgono intorno alle bare, quando scendono le lacrime, quando Giulia piange disperata. Ha 21 anni, la grande camicia di papà Roberto, la camicia da cavatore: è piccola, protetta da una lunga coltre di capelli neri. Si fa forza, prende il braccio di mamma Cheti, lo stringe, è lei ad aiutarla a salire le scale del sagrato, troppo alte per le gambe di una donna stremata da giorni di pianto. Ma Giulia c’è, sua mamma la sorregge lei. In un pianto condiviso, nell’impegno a non lasciarla mai, nella promossa di stare sempre insieme. Il dolore delle donne, le donne degli uomini di cava.
Salgono, madre e figlia: due scalini sopra ci sono il figlio e la moglie di Federico. I parenti, gli amici, le città. Ci sono i bambini. Ci sono perché nessuno è rimasto a casa, nessuno può badare a loro, nessuno è a Casette, nessuno in Candia. I paesi, i quartieri, sono davanti al Duomo. I visi stupiti dei bimbi, la c. uriosità, gli occhi di chi mai ha visto tanta gente tutta insieme, non capisce e si affida a ciò che conosce meglio: il gioco. Appena accennato davanti al sagrato, fatto di corse brevi, in punta di piedi, di titubanza, del bisogno di essere rassicurati. Li richiamano le mamme, li invitano al silenzio, ma le loro voci scandite, così limpide, non fanno male. Non tradiscono il dolore, non offendono. È la verità dell’inconsapevolezza. Intuire che qualcosa fa male, non capire cosa. Quello che, invece, capiscono i grandi. Tutti, ma ancor di più chi la tragedia l’ha vista, fiorata. I tecchiaioli che giovedì salgono sul crinale e portano in salvo Giuseppe Alberti, l’unico sopravvissuto: sono in via Dante, sul sagrato, in chiesa. Con loro c’è chi deve ringraziarli: ci sono il fratello e i parenti di Giuseppe. Ci sono per gridare vicinanza, ci sono per abbracciare le famiglie di Federico e Roberto. Perché chi la tragedia la sfiora, la conosce. E il dolore non può non condividerlo.
Sono in chiesa Federico e Roberto: fuori la città fa silenzio. Non si sente il rollìo dei monopattini in piazza, non il tintinnio dei bicchieri nei bar. Non si fanno acquisti, non si bevono caffè, le serrande, pesanti, rimangono a terra. La vita normale si mette in un cantuccio, non si fa vedere, non offende chi le ha dovuto dire addio. Le due bare scendono le scale del Duomo, un battere di mani fragoroso, poi ancora silenzio. Infinito silenzio di occhi bassi e lacrime libere di scorrere. L’eco di vocine allegre in piazza Aranci, eco di bambini: simbolo e timido invito alla speranza.
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