Sicurezza
Gli occhi asciutti le mani consumate e i tre applausi
di ALESSANDRA VIVOLI «Lo vedi? È Federico, quel fanto che è morto insieme a Robè. Lo conosci?» «È mio figlio che l’ha tirato fuori da sotto a tutto quel marmo». Le cinque sono passate da poco. Le...
di ALESSANDRA VIVOLI
«Lo vedi? È Federico, quel fanto che è morto insieme a Robè. Lo conosci?» «È mio figlio che l’ha tirato fuori da sotto a tutto quel marmo».
Le cinque sono passate da poco. Le salme nel duomo di San Francesco non sono ancora arrivate, ma la gente è qui da più di un’ora. In fondo alla chiesa un piccolo schermo proietta le immagini di Federico, in alcune foto è insieme a Roberto. Sono fotografie di bei momenti: i selfie in vacanza, quelle davanti a una tavola imbandita, con il cappello da cow boy e gli occhiali a specchio. E, alla fine, solo un piazzale di cava.
Per qualche attimo il silenzio, scandito solo dal rosario, si spezza. Il sentimento è quello della condivisione: dei cavatori, dei loro padri, dei soccorritori, dei loro padri e della gente dei paesi, di Forno e di Casette che si conosce tutta come fosse una grande famiglia. Gente che la fierezza e la dignità la porta scritta in faccia. Nei volti del dolore.
I cavatori si riconoscono subito: hanno i volti induriti dal sole, in mezzo a tanto pallore, si distinguono anche da lontano. Anche se nessuno è venuto in chiesa con gli scarponi li riconosci lo stesso: la fatica della cava la portano in faccia. Nelle mani e negli occhi.
I volti del dolore sono quelli dei cavatori, e dei loro padri. Li riconosci dai capelli bianchi, dagli occhi asciutti. E perché, tra loro, ricordano tanti, troppi funerali di chi in cava ci ha lasciato la vita.
E poi ci sono le facce delle donne. Le mamme, le mogli, le nonne. Le donne che sono venute in chiesa presto per pregare.
Le donne del paese, quelle che Federico «lo hanno visto fanto» e ora lo piangono in una chiesa gremita. Sono le donne vestite quasi a lutto, di scuro, con gli abiti buoni. Quelle che quando vedono passare Giulia con la camicia a scacchi del padre fra le braccia, come fosse un bambino, e poi indosso, sulla maglietta nera, non riescono a non piangere.
Ci sono le facce. I volti del lutto. E quello della forza, il volto di Giulia che sorregge la madre, e guarda avanti fiera, con la camicia del padre a farle forza.
E ci sono le mani. Quelle che scandiscono gli applausi. Tanti e in momenti diversi. Come a dare forza al sentire comune. A un dolore che dal sagrato sale fino alla chiesa.
Gli applausi sono tre: quello fuori dalla chiesa, che si sente da dentro. In mezzo alle panche.
Poi ne arriva un altro, quando le bare entrano in chiesa. E un altro ancora, sotto all’altare. Tre applausi, lunghissimi. Tre tributi al dolore, alle vite spezzate, che diventano uno solo.
Le mani sono quelle che si torcono, per tutto il tempo della messa. Che si scambiano un segno di pace e che si stringono, disperate, quando dal pulpito vengono lette le parole di Cheti. «La moglie di Robè», perché in chiesa la conoscono tutti.
Sono mani che si toccano, quella dei figli: i figli delle vittime della montagna, quelle dei cavatori più giovani, con i capelli rasati a metà, come i calciatori, e le collane a rosario. Si toccano con le mani delle fidanzate giovani, come volessero sentire di essere vivi, di esser lì. E che avrebbe potuto capitare anche a loro.
Tante parole, tanti gesti. . I volti, le mani. E, nel giorno dell’addio a Federico e a Roberto, nessuno spazio per la rabbia. Quella c’è già stata. Quella ci sarà ancora. Perché il lavoro, lo ha detto anche il vescovo dal pulpito, non deve diventare tragedia.
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