Sicurezza
Ai funerali dei cavatori Giulia porta la camicia a scacchi che piaceva a papà Roberto
Nel Duomo di Massa risuonano le parole della lettera della moglie Cheti: "Ciao amore mio, sei il mio diamante". L'abbraccio fra le due famiglie
MASSA-CARRARA. Due città unite nel dolore. Cinquemila persone per l’addio a Federico Benedetti e Roberto Ricci Antonioli, i cavatori inghiottiti dalla frana che ha sgretolato una parte del monte dove stavano lavorando, nel bacino di Gioia Cancelli.
In cinquemila ad ascoltare le parole del vescovo, monsignor Giovanni Santucci, che parla delle Apuane, e dello “strappo” della montagna che ha portato via due vite.
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«La montagna è un’immagine stabile, nell’immaginario è qualcosa di saldo. Che non tradisce, lo si dice anche delle persone. È drammatico dover constatare che non è sempre così. E che il lavoro possa trasformarsi in una tragedia che coinvolge famiglie intere, paesi, tutta la provincia, tutta la gente che ha voluto essere qui a salutare Federico e Roberto». Il vescovo usa parole semplici nella sua omelia e si rivolge alla gente del monte. Parla delle mani segnate dal lavoro di Federico e Roberto, quelle che, spiega, mostreranno a San Pietro quando dirà loro cosa hanno fatto di bene nella vita. E sono in molti, nelle panche gremite del Duomo di San Francesco a guardarsele quelle mani, molto simili a quelle dei colleghi che hanno perso la vita ne che adesso stanno piangendo.
In chiesa ci sono le parole del vescovo e quelle, che arrivano al cuore, di Cheti, la moglie di Roberto. Le ha affidate a una nipote, è stata lei a leggerle dal pulpito. «Ciao amore mio, sei il mio diamante»: parole semplici, che raccontano un sentimento profondo.
«Sei stato il mio unico uomo, l’unico che mi ha fatto sentire donna, che mi ha fatto sentire amata. Insieme abbiamo fatto il capolavoro che è la nostra figlia. Dovrò essere io a fare forza a lei, alla tua famiglia, ai tuoi adorati nipoti.... e ora chiedo ai tuoi colleghi, agli amici di non dimenticarti. Di parlare di te come se ci fossi ancora».
Cheti, nella sua bella lettera, parla dei colleghi cavatori del marito, e ha una parola anche per il titolare della cava dove è avvenuta la tragedia, Cesare: «Li guarderai lavorare da lassù».
Un pensiero che supera le barriere, che mette i lavoratori e il “padrone” sullo stesso piano perché è così che la gente del monte ha vissuto questa tragedia.
Parole semplici, quelle di Cheti, e una lettera che si conclude con un abbraccio alla famiglia di Federico, il compagno di lavoro del marito. Morto insieme a lui sotto la frana.
Parole semplici come i gesti. Quello di Giulia, la figlia di Roberto, che per dare l’addio al padre ha voluto portare fra le braccia la camicia a scacchi bianca e nera del padre.
E come quello della moglie di Federico: all’uscita dei feretri nella chiesa dalla piazza arriva l’applauso per Roberto, la prima bara a raggiungere il sagrato. Quella di Federico è in fondo alla chiesa, coperta da un cuscino di rose bianche. E la moglie applaude, per Roberto e per Federico, uniti nel lavoro e nel dolore.
Nel giorno dell’addio ai due cavatori ci sono anche le istituzioni, tante, quelle che hanno voluto testimoniare il dolore di due città, una provincia, e una Regione. Ci sono i cavatori, tanti, la gente dei paesi, e anche gli imprenditori. C’è il direttore di Assindustria e ci sono i sindaci di Massa, Carrara e della Lunigiana.
Le istituzioni ci sono ma non ci sono parole. Nessun intervento, nulla: così hanno deciso in segno di rispetto. In chiesa restano sole le parole del vescovo, della moglie di Roberto. E solo il dolore.
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