Finanza
«Dovevamo chiudere le cave»
Ildo Fusani: abbiamo scelto l’altra via. Ma le montagne così non reggono più
CARRARA. Diciannove anni fa il regolamento degli agri marmiferi. Quella che doveva essere una rivoluzione nel mondo delle cave, e segnare la fine di una disciplina, al monte, che risaliva ai tempi di Beatrice d’Este, in realtà è rimasta lettera morta. Ildo Fusani è stato uno di quelli che a palazzo civico aveva brindato alla svolta storica per le cave. Come assessore al marmo dell’allora sindaco Emilia Fazzi Contigli.
Nel 1995 siete stati gli artefici di una rivoluzione nel mondo del marmo. Da dove avevate cominciato?
«Nel programma dell'Amministrazione ci si limitava a parlare di un'azione di razionalizzazione dei bacini marmiferi. A seguito dell'offensiva dei padroni del marmo che, partendo da un parere dell'Avvocatura di Stato richiesto dal primo governo Berlusconi, si proponevano di aprire la strada alle privatizzazioni delle cave, si decise di togliere ogni indugio e di marciare a tappe forzate verso l'approvazione del Regolamento. Anche allora la Regione Toscana giocò un ruolo importante: molto negativo dal 1989 al 1994, insabbiando il regolamento approvato da Marchetti e Pincione e ostacolando la Fazzi appena insediata, positivo, grazie ad un totale cambiamento di linea, da fine ’94 al ’98, sostenendo l'operato del Comune».
Qual situazione avete trovato alle cave ?
«Già allora la situazione stava sulla soglia del livello di guardia o, forse, questo livello era già stato superato. Il Comune era ridotto a svolgere una funzione poco più che amministrativa con il rilascio di autorizzazioni viziate all'origine dal fatto che la frammentazione dei cosiddetti "diritti di cava" imponeva, nei fatti, una frammentazione dei cantieri di cava foriera di pericoli per le lavorazioni e molto irrazionale per la produzione stessa. L'alternativa era chiudere tutto o quasi tutto oppure cercare di trasformare radicalmente il comparto estrattivo. Noi abbiamo scelto la seconda strada. Inoltre il Comune percepiva dagli imprenditori del marmo solo una miseria e la rendita parassitaria era la norma».
Perché questa rivoluzione non si è tradotta nella svolta auspicata?
«La sostanza del Regolamento approvato alla fine del "94 stava in pochi punti che, se assunti in astratto, avevano ben poco di rivoluzionario, trattandosi di semplice modernizzazione del settore: onerosità delle concessioni, in quanto è giusto che il Comune proprietario goda di un introito commisurato al valore del marmo sul mercato internazionale; temporaneità delle concessioni perché qualsiasi proprietà fondiaria deve tornare nella piena disponibilità del proprietario, decorso un congruo periodo di tempo; obbligo di conduzione diretta della cava da parte del concessionario e razionalizzazione delle aree a disposizione di ogni cava, in quanto la concentrazione e la sovrapposizione di cave, ancor oggi presente, costituisce fonte di pericolo per le lavorazioni e per la stessa pubblica incolumità, nonché spreco di materia prima».
«La svolta non c'è stata perché dal ’98 in poi abbiamo assistito ad una vera e propria restaurazione, in quanto non è stata rilasciata alcuna concessione e le aree a disposizione di ogni cava sono restate alla mercé dell'iniziativa e dell'interesse dei più grossi imprenditori, in assenza di una qualsiasi pianificazione pubblica. Inoltre la rendita parassitaria è stata mantenuta attraverso la figura del socio esperto, oggi rinnegata dalla stessa legge regionale, che però "transitoriamente" sembra lasciarcela ancora per un po'. Ci si è concentrati unicamente sul terreno della richiesta di maggiori entrate per il Comune scegliendo strade che sembrano fatte unicamente per porre il Comune alla mercé della controparte e, cosa gravissima, assumendo come valore del marmo, nell'era della globalizzazione, non quello in corso sul mercato internazionale bensì quello risultante da compravendite da barzelletta, effettuate nella montagna carrarese. Nemmeno al tempo di Marco Polo le cose nel commercio andavano in questo modo».
Durante l'amministrazione in cui lei era assessore ci sono stati incidenti gravi alle cave?
«Si. C'è stato proprio in quegli anni un picco di incidenti gravi e mortali e anche alcune enormi frane. Già allora abbiamo individuato la ragione di tale situazione nell'aumento della produttività che, aveva determinato problemi di carattere geotecnico che anche gli esperti non riuscivano a padroneggiare: cave in galleria che vanno ad intersecarsi e tecchie alte quasi duecento metri».
A distanza di tempo sono cambiati i ritmi di lavoro?
«La vanificazione del Regolamento del ’94 che aveva come principale obbiettivo la razionalizzazione delle attività estrattive e il contingentamento dell'escavazione ha determinato sicuramente l'aggravamento di una situazione già allora prossima al collasso. Penso che i ritmi siano sicuramente aumentati e che le operazioni rischiose, da concludere a termine, siano aumentate. Penso che i lavori fatti sulle grandi tecchie in questi anni non vadano oltre una specie di restyling. La montagna non è più in grado di sostenere questo assalto; lo dimostrano alluvioni, frane ed incidenti».
«Il Comune dovrebbe riprendere in mano tutte le concessioni e ridisegnarle in funzione della loro durata e di una lavorazione condotta in sicurezza. Inoltre le nuove concessioni dovrebbero prevedere una progressiva e decisa riduzione dei contingenti di marmo estraibile. Alcuni tra i migliori giacimenti dovrebbero essere affidati direttamente ad una gestione pubblica».
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