Il Tirreno

«Ora basta sangue dai monti»

di Alessandra Vivoli
«Ora basta sangue dai monti»

Il duro j’accuse di don Raffaello «Tanti lutti, ricchezza per pochi»

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CARRARA. «Il mio primo pensiero va ai caduti, alle due vittime del monte e alle loro famiglie. A pagare con la vita sono sempre le ultime ruote del carro: questo sistema va cambiato. Le Apuane grondano sangue».

Don Raffaello Piagentini è uno che parla chiaro. E non le manda a dire. Dalla terra apuana ha preso uno dei tratti migliori, la schiettezza, un po’ ruvida, di chi è abituato a trattare col monte, ogni giorno.

Il Duomo di Carrara è da tempo, più di trent’anni ormai, la casa di don Piagentini e il mondo del marmo lo conosce bene: «Perché i poveri, quelli senza lavoro, quelli che dalle cave non prendono neanche le briciole vengono tutti i giorni da me. Non sanno nemmeno come mettere a tavola la famiglia, qui c’è gente che non arriva alla fine del mese, che ha perso il lavoro, che al marmo ha dato solo tanta fatica, sudore e lacrime. Ma non ha avuto indietro niente».

Don Raffaello ha saputo della tragedia alle cave ai Cancelli di Gioia (dove hanno perso la vita Federico Benedetti e Roberto Ricci Antonioli, sepolti da duemila tonnellate di sassi e marmo) mentre si trovava a Roma per impegni spirituali. «Sono tornato a Carrara di corsa, ho pensato subito ai miei parrocchiani. Ho detto: un’altra volta - dice con la voce rotta - Ho saputo solo dopo che le vittime della montagna sono cavatori di Massa, ma non fa alcuna differenza. Il coltello del dolore che ti entra dentro la carne viva ha la stessa potenza. Sono padri di famiglia, sono padri, sono mariti e figli. Sono due vite spezzate. Prego tanto per loro».

È il momento del dolore per il parroco del Duomo. In una giornata in cui tutta la città si stringe nel lutto. Ma per don Raffaello è anche il giorno della rabbia. Per quelle morti, per l’ennesima tragedia alle cave.

«È chiaro che Carrara resta e resterà per sempre legata al marmo - spiega - sarebbe un utopia chiudere tutto, sarebbe come togliere il mare da Marina. Io ci starei anche a lasciare in pace le montagne, a cercare altre fonti di sostentamento, ma so che è un’utopia. Allora bisogna cercare di cambiare qualcosa».

«L’ottimo è nemico del bene: lo diceva sempre anche mia nonna - continua il parroco - Allora, io dico, lasciamo perdere l’ottimo e cerchiamo di stare al bene: stiamo nel giusto mezzo perché così non si può andare avanti. Le macchine dell’escavazione sono ormai Cerberi a tre teste e le nostre montagne sono diventate bestie da macello. Così non si va avanti, questa non è la strada, non è questa escavazione selvaggia e disumana che può garantire il futuro ai nostri monti. E nemmeno il benessere ai carraresi».

Don Piagentini si accalora. È appena rientrato da fare visita ai suoi parrocchiani, è appena andato a portare una parola di conforto a chi sta male.

Il don è fatto così. Poche smancerie, tanta concretezza. E sa essere fermo quando da uomo di Dio diventa anche uomo di giustizia, quella terrena. «Le leggi nel mondo del marmo e delle cave ci sono, devono solo essere applicate - tuona - E, soprattutto, bisogna mettere fine a quel sacrilegio cosmico che è la distruzione delle montagne».

«A volte io litigo con il Padreterno - continua come un fiume in piena don Raffaello - proprio come faceva il don Camillo di Guareschi. Anch’io mi metto sotto la croce e dico: Signore hai sbagliato, non dovevi metterci tutto quel marmo in queste montagne!»

Questo è il parroco del Duomo, che parla con Dio delle cave e che con i carraresi, con la povertà, con i drammi, ci vive a contatto ogni giorno.

Per don Raffaello è il momento di cambiare. Carrara ha bisogno di una svolta. E, con grande concretezza e pragmatismo, non ha paura di esporle le sue regole.

«Come prima cosa bisognerebbe estrarre il marmo, prezioso, delle Apuane, solo per scopi degni di questo nobile materiale, mica per la chimica e per i dentifrici! - comincia col dire - Il marmo deve tornare a essere un materiale prezioso, deve essere quello che Michelangelo accarezzava, non quello che viene triturato e portato via da Carrara. Bisogna rispettarlo il marmo, proprio come le nostre montagne».

Un capitolo a sè il don lo riserva alle leggi. Alla legalità. A quel sistema che dovrebbe garantire più sicurezza alle cave, quella sicurezza che hanno chiesto a gran voce anche i cavatori nel corteo dell’altro giorno, subito dopo la tragedia di Gioia Cancelli.

«Le norme ci sono e vietano l’escavazione a una certa altezza. Ci sono le leggi ma, purtroppo, non scalfiscono i poteri forti che continuano a fare i loro porci comodi - prosegue il je accuse del parroco - Bisognerebbe che la maggior parte del marmo venisse lavorata qui, per far ricadere su questo territorio stremato un po’ di ricchezza».

Ma, per don Raffaello la storia si ripete. Tempo fa lo aveva detto dal pulpito e li aveva chiamati “satrapi”.

Ora il parroco coraggio torna ad attaccare gli industriali del marmo. Con ancora più forza.

«Il Comune dovrebbe avere la possibilità di tenere per sè le ricadute legate al marmo - dice con voce ferma - e invece qui si arricchiscono solo pochi marpioni e tutti gli altri rimangono a bocca asciutta, tutti gli altri soffrono».

«È una vergogna - continua l’invettiva di don Raffaello - abbiamo la ricchezza, abbiamo il marmo e ce lo portano via, ci mangiano la pappa sotto il naso senza che venga creata nè maggiore ricchezza e nemmeno posti di lavoro».

Don Raffaello non risparmia neppure una critica al mondo delle istituzioni, alla politica. E lo fa con il piglio deciso di chi la città la vive, davvero, negli aspetti più drammatici.

«Almeno le istituzioni dovrebbero far pagare le tasse a quei furbacchioni - continua nella sua riflessione a cuore aperto il parroco - questi accumulano milioni, non pagando le tasse si arricchiscono in modo vomitevole».

E poi l’accusa più forte. Le parole pesanti, proprio come macigni.

«C’è collusione fra i poteri forti, la politica e i poteri economici: ecco perché la situazione è questa, ecco perché dal marmo la ricchezza arriva solo per pochi - non ha paura a dire don Raffaello - Io ho degli amici preti, a Larderello, là ci sono i soffioni boraciferi, forze geotermiche (io poi con sti termini non ci capisco molto, sono laureato in lettere, precisa)in quella zona ci sono riduzioni delle bollette di gas e luce. Noi qui a Carrara abbiamo una ricchezza infinita ma ci resta ben poco e dobbiamo pagare tutto, fino all’ultimo spicciolo».

E infine l’appello. Forte e chiaro. Un uomo di chiesa, il parroco dei poveri, contro i giganti delle cave.

«Deve cessare quel sacrilegio cosmico che è la distruzione delle montagne. Gli alberi rinascono, ci mettono più di cent’anni, ma rinascono. Le montagne invece non rinasceranno mai».

Don Raffaello rimette l’abito di chiesa e conclude così il suo lungo intervento.

«Noi non siamo i padroni del cose, non siamo i padroni del mondo ne dobbiamo solo usufruire, non abusarne, perchè dobbiamo lasciarle a chi verrà dopo di noi. Bisogna rileggere il “Laudato sì”, bisognerebbe tenerlo sempre ben presente. Lo possono fare tutti - conclude con la generosità che gli fa onore don Raffaello - anche i laici».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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