Il Tirreno

Il fallimento di un modello e di una classe dirigente - di Massimo Braglia

Il fallimento di un modello e di una classe dirigente - di Massimo Braglia

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Come riuscire a tenere insieme il lavoro e la vita: una domanda fondamentale. Ma, è inutile girarci intorno, un modello imprenditoriale e la classe dirigente che avrebbe dovuto governare questo modello non hanno saputo dare risposte. Quattro morti in otto mesi, un territorio devastato dalle alluvioni: un bollettino di guerra che una società civile non può e non deve permettersi. A leggere le dichiarazioni del giorno dopo c’è davvero da restare sgomenti. Dal procuratore capo alla responsabile per la sicurezza dell’Asl, l’analisi è impietosa: la sicurezza è, nei fatti, un’utopia. L’ingegner Maura Pellegri, che da vent’anni gira come una trottola nei bacini marmiferi di Carrara, Massa e della Lunigiana, ha in tutto sette persone alle sue dipendenze.

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Il Comune di Carrara, che ha un unico asset redditizio, cioè il settore lapideo dal quale ricava risorse assolutamente insufficienti rispetto al valore del bene, ma comunque consistenti (una quindicina di milioni di euro, fra blocchi e detriti), all’ufficio marmo ha cinque persone più un dirigente (che andrà in pensione venerdì prossimo) per tutte le sue ottantatré cave attive. Sei persone che devono rilasciare autorizzazioni, controllare i piani di coltivazione, predisporre i conteggi per il valore medio del marmo alla base della tassazione, preparare gli incartamenti per le concessioni che non ci sono e così via. Pensabile che abbiano anche il tempo di controllare cosa accade e il rispetto delle loro prescrizioni? Neanche se avessero il dono dell’ubiquità. Impossibile. Certo, il rispetto della sicurezza è in capo ai responsabili di ciascuna cava, ma in fin dei conti, al di là della plurisecolare diatriba sui beni estimati (cave considerate private, secondo noi in modo anacronistico ma lo stabilirà la Corte costituzionale), i bacini marmiferi carraresi sono beni comunali, quindi dei cittadini. E in casa nostra i controlli, a regola, dovrebbero essere un po’ più stringenti: ora l’emergenza è il sangue versato, ma ci sono tutte le partite ambientali delle terre lasciate lì, della coltivazione dei ravaneti e così via. Sempre tutto delegato agli stessi cinque-sei.

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La volontà politica è quella di essere presenti al monte o lasciare che dai ponti di ferro in su ci sia una sorta di Far West, dove ognuno va avanti “a occhio” e senza essere disturbato? I fatti dimostrano, a suon di lutti da un lato, e di evasioni multimilionarie dall’altro, che la risposta è, purtroppo, sì. A parole l’amministrazione comunale, e i partiti che la sostengono, da anni spiegano che il nuovo regolamento e le concessioni (che per le cave completamente agri marmiferi comunali potevano essere fatte senza aspettare il responso della Corte costituzionale) sarebbero stati imminenti. Il 30 luglio 2013 il sindaco Angelo Zubbani scriveva: «dopo questa prima fase di elaborazione del nuovo regolamento, l’amministrazione chiede il tempo strettamente necessario per approfondire il confronto con i vari settori della Regione per poi procedere alla stesura di una proposta da sottoporre al confronto con tutte le componenti interessate». Il 28 febbraio 2014, tutti i partiti di maggioranza, spiegavano sdegnati perché avevano deciso di rinviare la discussione di un ordine del giorno proposto dalla minoranza relativo all’istituzione di un osservatorio sui prezzi del marmo. Perché, scrivevano, vi era una loro mozione nella quale si invitano sindaco e amministrazione comunale “a prevedere nel nuovo regolamento degli agri marmiferi l’istituzione di un osservatorio dei prezzi”.

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E il 7 febbraio 2015, sempre i partiti di maggioranza, sul regolamento: “Siamo certi che a breve tante critiche che oggi vengono rivolte al sindaco, alla giunta, all’intera coalizione, saranno riconsiderati con maggiore obiettività e serenità, alla luce dei risultati che verranno raggiunti”. I corsivi sono nostri. Serve aggiungere altro? E non stiamo a sottolineare che uno dei re del marmo è in Panama Papers.

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