Sicurezza
«Giuseppe non sa ancora che i colleghi sono morti»
CARRARA. Giuseppe non sa ancora che i suoi colleghi sono morti. Ha chiesto di loro, vuol sapere come stanno, ma al momento nessuno si sente di dirgli la verità. Lui, Giuseppe Alberti, 48 anni, da...
CARRARA. Giuseppe non sa ancora che i suoi colleghi sono morti. Ha chiesto di loro, vuol sapere come stanno, ma al momento nessuno si sente di dirgli la verità. Lui, Giuseppe Alberti, 48 anni, da cavatore da soli sei mesi, si è salvato per miracolo, appeso alla fune, imbragato e con il casco in testa, dopo che il monte è venuto giù, per trenta metri, portando con sè duemila tonnellate di materiale.
Quella cava, incastonata in mezzo al bacino di Gioia, a Colonnata, per Giuseppe Alberti è stata l’occasione per ricominciare. Mercoledì mattina ha rischiato di morirci.
Si è salvato per miracolo Giuseppe Alberti, 48 anni, tre figli maschi, una moglie che si occupa della casa. Tre bocche da sfamare e una crisi, quella della edilizia, che lo ha lasciato senz alavoro. Fino all’ottobre scorso quando è arrivato il posto fisso nella cava di Gioia Cancelli.
Aveva cominciato a salire al monte con grande volontà, aveva trovato un ambiente familiare, in quel bacino si conoscevano tutti. Era una mattinata di lavoro normale. Poi il boato, il monte che si muove e la frana. Giuseppe è rimasto sospeso, ha perso conoscenza e dell’incidente ne ha parlato poco. Anche con i suoi familiari, quelli che ieri, fuori dalla camera di terapia intensiva al secondo piano del Noa fanno a turno a indossare la cappetta verde per entrare a portagli un saluto.
Il fratello Boris, 45 anni, è stato fra i primi a arrivare a Gioia. Da ventun anni è uno degli “uomini ragno” dei bacini apuani: lavora in una compagnia di tecchiaioli, i funamboli del marmo, quelli che si arrampicano nei punti più impervi per “pulire” le creste del monte. E per metterle in sicurezza. «Io le cave le faccio tutte - spiega Boris - Giovedì mattina ero a lavorare a Fantiscritti. È arrivata la telefonata, mi hanno detto dell’incidente da Antonioli, ho subito pensato a mio fratello. Sono arrivato lì e stavano caricando in ambulanza Giuseppe».
È un uomo del monte Boris, con lo sguardo fiero, le parole misurate. Poche, ma piene di significato come sono spesso quelle dei cavatori. «Ma non hai paura ora che è successa questa tragedia a salire di nuovo sulle tecchie?»
«Sì ho paura, la paura giusta, quella che serve a non farsi male. Quella che serve per restare vivi».
Uomini del monte. Uomini che il lavoro ce l’hanno nel Dna. Graziano Alberti, il padre di Giuseppe, ieri mattina è andato in Comune, insieme agli altri cavatori. Era a fianco a loro, prima. Poi a trovare il figlio, in ospedale, con gli altri parenti.
«Ci siamo andati anche giovedì sera a trovare Giuseppe - dice Graziano, facendosi forza - . Non abbiamo avuto molto tempo per parlaci, è molto scosso».
Questo padre coraggioso di figli che lavorano in cava ne ha due, Giuseppe e Borsi. Con la paura ci convive ogni giorno.
«Mi ha avvisato l'altro mio figlio che è un tecchiaiolo di quello che era successo - spiega Graziano - lui fa parte della squadra che è intervenuta. Ma quando è arrivato in cava Giuseppe era già sull’ambulanza».
(a.v., c.c.)
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