Il Tirreno

«Dovevo esserci io sotto la frana di marmo»

Cinzia Chiappini e Alessandra Vivoli
Il recupero del corpo di un cavatore. A destra, Federico Benedetti con il figlio Marco
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Il recupero del corpo di un cavatore. A destra, Federico Benedetti con il figlio Marco

Il dolore di Matteo, figlio e collega di uno degli operai morti a Carrara "Vogliamo seppellire mio padre con i vestiti della cava. Quello era lui"

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CARRARA. Sarà seppellito con gli abiti delle cave. Perché Federico Benedetti il monte lo amava. Ci aveva portato su a lavorare anche il figlio, Matteo. Gli aveva insegnato il mestiere. E forse è stato il suo istinto di padre a tenerlo lontano dalla montagna, la mattina della tragedia.

«Dovevo esserci io al suo posto - racconta Matteo all'obitorio, dove è andato la mattina presto a stringergli la mano il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Maria Ferri - Mio padre doveva rimanere sull’escavatore, io e Robè dovevamo andare giù, a togliere la roba. Dovevo esserci io. Ero tornato a casa perchè stavo poco bene. Lui mi ha chiamato: non stare a tornare su, ci vediamo stasera a casa». E su, in cava, Federico non ci è tornato. Il padre ci è rimasto per più di diciotto ore, sepolto sotto duemila tonnellate di marmo e terra. Una tragedia, un figlio che piange il padre. Un padre, quello di Federico, che piange il figlio.

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Nel cortile dell’obitorio di Carrara, dove sono stati portati i corpi di Federico Benedetti e Roberto Ricci Antonioli, i due operai morti sotto la frana che ha sgretolato un “pezzo” della cava Cancelli di Gioia, c’è posto solo per il dolore. Quello degli amici, dei familiari, dei colleghi di lavoro.

E c’è il dolore di due generazioni a confronto, da una parte il figlio di ventidue anni, dall’altra il nonno, il padre di Federico. «Tuo padre sarebbe stato contento così»: lo dice il nonno, con tono fermo. «Non ho altre parole - aggiunge con gli occhi lucidi e una bottiglietta di acqua minerale stretta con forza nelle mani grosse e callose - quando ti muore un figlio non c’è niente da dire».

Poi parla Matteo. «Il desiderio mio e della mia famiglia, è che mio padre sia seppellito con gli abiti da cavatore, quelli che indossava l’ultimo giorno di lavoro. Perché quello era lui». Gli abiti di lavoro, i pantaloni comodi, gli scarponi e le magliette. Sono vestiti così anche oggi i colleghi di Federico. Matteo no, si è messo la giacca blu. Un ragazzo di poco più di vent'anni che anche negli abiti oggi deve fare l’uomo. Deve rendere omaggio al padre.
Loro lavoravano insieme da sempre, ed era stato proprio Federico, insieme al cugino Andrea, anche lui dipendente degli Antonioli, a insegnargli i segreti del mestiere. Sempre insieme, a casa e sul lavoro, anche la mattina di giovedì 14 aprile.

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Solo che Matteo era raffreddato e se ne è andato prima: «Sono salito anch'io sulla bancata ma non stavo bene, avvertivo dolore all'orecchio e così ho deciso di andare a casa» racconta, senza fare una piega. La sua voce trema solo un attimo, quando ricorda le ultime parole che gli ha rivolto suo padre: «Ci vediamo stasera, mi ha detto» ricorda Matteo senza cedere al pianto. Del resto adesso è lui l'uomo di famiglia ed è lui a occuparsi delle esequie del padre, a pensare a tutto, in questo terribile momento,. È lui a parlare dell’incidente. «La nostra cava è un posto sicuro - prosegue - gli Antonioli hanno sempre avuto una grande attenzione alla sicurezza… A mio padre e ai suoi colleghi è letteralmente franata la terra sotto i piedi» conclude Matteo.

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A continuare il racconto è Andrea, cugino di Federico: «Eravamo come fratelli, abbiamo iniziato insieme e abbiamo sempre lavorato gomito a gomito» spiega l'uomo che ricorda una vigilia di Natale, trascorsa in cava al freddo: «Mi rivolsi a Federico e gli dissi che il più bel regalo era lavorare insieme».

Nel giorno del dolore nel cortile pieno di sole dell’obitorio c’è tempo per i ricordi. Quelli dei colleghi che con Federico ci hanno lavorato per anni. «Era una persona semplice, per il figlio stravedeva: è diventato un uomo Matteo. Oggi si sta facendo tanta forza». Matteo stringe mani, abbraccia gli amici, i parenti. È accompagnato dalla madre, è l’uomo di casa. Sì, è proprio vero, suo padre, “puffetto” sarebbe davvero orgoglioso di lui.

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