Il Tirreno

l'intervista

Morti in cava, l'Asl: "Basta tragedie al monte, ora ripartiamo da zero"

di Chiara Sillicani
Morti in cava, l'Asl: "Basta tragedie al monte, ora ripartiamo da zero"

L’appello della responsabile sicurezza dell'azienda sanitaria apuana: "Imparare di nuovo a lavorare. Un materiale così pregiato si estrae con calma senza rincorrere la produzione"

4 MINUTI DI LETTURA





MASSA. Le cave sono il suo lavoro: Maura Pellegri, ingegnere, è la responsabile del servizio prevenzione sicurezza sui luoghi di lavoro e ingegneria mineraria dell’azienda sanitaria. Da 20 anni fa controlli in cava, da 20 anni prescrive interventi e azioni di messa in sicurezza. Giovedì sale a Colonnata, nella cava dei fratelli Antonioli, è lei a fare verifiche e accertamenti. È lei a ricostruire l’accaduto.È lei di fronte alla tragedia.

Ingegnere, cosa ha ucciso sotto una frana due uomini e ferito un terzo? Avete ricostruito la dinamica?

«I cavatori stavano effettuando operazioni di taglio in una zona non produttiva per raggiungere la vena. Operazioni previste dal piano di coltivazione, attività di coltivazione ordinaria. In particolare stavano tagliando l’ultima sponda di uno sbasso, ma così facendo si sono tolti il materiale sotto i piedi».

Siete in grado di dire se in cava è mancato il rispetto di normative o specifiche prescrizioni?

«Dopo un infortunio, ancor di più se di questa entità, si fanno accertamenti di dettaglio per capire esattamente cosa sia accaduto. In un secondo momento si ampliano le verifiche. In ogni caso ci sono competenze specifiche di vari soggetti, inclusa la Procura che sull’accaduto ha aperto un fascicolo».

Ingegnere, lei ha lottato anni perché alle cave si lavorasse dall’alto verso il basso...

«Verissimo: lavorare dal basso, lasciando sopra di sé le tecchie, le grandi pareti, aumenta il rischio di frane e di caduta del materiale. Per questo è importante lavorare dall’alto, ma tenendo sempre presente cosa c’è in basso. Giusto lavorare dall’alto, ma non se sotto c’è una galleria. E nella cava degli Antonioli c’era un ingrottamento, residuo di un vecchio lavoro sotto tecchia, tanto che da lì passava pure una strada. È sempre indispensabile valutare le caratteristiche di ciascuna cava».

Ma su quell’ingrottamento c’erano specifiche prescrizioni dell’Asl che non sono state rispettate?

«Assolutamente no. Non c’era alcuna prescrizione, l’ingrottamento era un’evidenza, cosa nota. Con la cava dei fratelli Antonioli abbiamo sempre dialogato serenamente, non ci sono mai stati problemi, nè lì si sono verificati infortuni. Si tratta di una cava piccola dove non ci sono dinamiche padronali. Anche i titolari lavorano in cava. La questione non sono i rapporti padrone-dipendenti, ma la consapevolezza del rischio».

Negli ultimi 8 mesi, in cava sono morte 4 persone. È questione di controlli e di organico limitato?

«Indubbiamente avere più personale sarebbe positivo. In Asl ad occuparci di cave siamo in 7. Ma il problema non si esaurisce nell’organico: il controllore non può sostituirsi a chi deve garantire la sicurezza in cava. Troppi addetti ai controlli potrebbero proprio determinare quella sostituzione. Il controllo viene eseguito, le prescrizioni vengono date e chi si occupa di sicurezza in cava deve rispettarle, con la consapevolezza che lavorare al monte significa avere a che fare, ogni giorno, con materiale diverso. Noi prescriviamo che l’estrazione si faccia dall’alto, che le parti più a rischio siano consolidate, che siano rafforzate le strutture a rischio cedimento. I responsabili della sicurezza devono provvedere».

Si estrae marmo da migliaia di anni. Ci illudiamo che oggi la sicurezza sia maggiore, poi succedono tragedie come questa.

«Un anno fa avrei detto che la sicurezza in cava è cresciuta, adesso davvero non posso dirlo. Ora posso dire solo una cosa: azzeriamo tutto, rifacciamo il punto, ricominciamo».

Da dove ricominciamo, ingegnere?

«Ricominciamo a spiegare come si lavora in cava, come sulla bancata, come si taglia, come si riquadra, dove si posano le macchine, dove gli uomini».

Fermarsi per ridefinire il lavoro, quindi?

«Non deve essere persa la conoscenza del lavoro, dei metodi. Oggi si lavora con mezzi grandi e a grande velocità, si insegue la produttività e forse a quel patrimonio di conoscenza si presta meno attenzione. Si pensa ai volumi e alla produzione, ma il marmo è un materiale pregiato e il materiale pregiato va preso con grande calma».

Il lavoro in cava è un lavoro a rischio per cui l’obbiettivo sicurezza massima deve essere abbandonato?

«Assolutamente no. L’obbiettivo rischio zero è un obbiettivo che sappiamo irraggiungibile, ma possiamo fare tantissimo per garantire la sicurezza di chi lavora in cava. Io direi che dobbiamo puntare all’obbiettivo sicurezza al 95% e quell’obbiettivo dobbiamo raggiungerlo».

E adesso a che percentuale siamo?

«È troppo difficile dirlo, non sono in grado di dare un dato. Ma dobbiamo ripartire da zero per la sicurezza massima dei cavatori».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Il dolore

San Giuliano Terme, è morto Tiziano Taccola: storico dirigente socialista

di Redazione Pisa