Il Tirreno

«Condotta danneggiata dall’alluvione»

«Condotta danneggiata dall’alluvione»

Al processo per omicidio e disastro colposo contro i dirigenti Snam, parlano gli esperti Asl: i rischi furono sottovalutati

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TRESANA. Un evento esterno che ha provocato la rottura istantanea del giunto della conduttura di gas che, peraltro era già in condizioni di degrado, “infragilito”. Così Francesco Moschini, ingegnere, funzionario del Dipartimeno sicurezza sui luoghi di lavoro dell’Asl ricostruisce la dinamicadell’esplosione del metanodotto Snam a Tresana che il 18 gennaio del 2012 provocò la morte di un operaio, il ferimento di altre 11 persone e trasformò i terreni tut’attorno in un cumulo di macerie e ceneri. L’ingegnere dell’Asl è testimone di accusa nel processo per quel tragico episodio, processo che vede alla sbarra tecnici e dirigenti della Snam Rete Gas, della Comis (doitta che aveva avuto in appalto i lavori a Tresana) e della Menna Srl. (l’azienda esecutrice dei lavori): Massimiliano Battisti, 43 anni, di Pesaro, difeso dall’avvocato Giovanni Flora; Marco Luminari, 42 anni, di Grottaglie (Taranto), difeso dall’avvocato Lucio Monaco; Alfeo Goglio, 64 anni, di Melegnano, rappresentato dall’avvocato Fausto Giunta; Francesco Conedera, 54 anni, di Avellino, il cui avvocato è Vito Nicola Cicchetti; Oreste Manna, 66 anni, di Eboli (Salerno), avvocato Cecchino Cacciatore; Daniele Gamba, 42 anni, nato Bergamo, avvocato Fausto Giunta; Luca Schieppati, 51 anni, nato a Milano, avvocato Fausto Giunta. Tutti imputati a vario titolo di omicidio colposo, lesioni colpose e incendio.

Nell’udienza di ieri il tecnico dell’Asl, incalzato dalle domante della pubblico ministero Debora Bracco ha ripercorso le tappe dell’indagine condotta dall’Asl all’indomani dell’incidente. «La conduttura del metano – ha detto in sostanza – era stata messa “a giorno” (era cioè stata scavata la terra che la ricopriva) per alcuni interventi di manutenzione. La giunta su cui si diveva intervenire era “infragilita” (tradotto: in stato di degrado), ma no fu questa la causa della rottura e quindi dell’esplosione, bensì una causa esterna che ne provocò la rottura istantane». Ma quale fu questa causa. L’ingegner Moschin esclude quella – in un primo tempo ritenuta probabile – di un colpo della benna della ruspa che lavorava nelle vicinanzae che avrebbe tranciato il tubo: «Non vi è traccia di un colpo del genere. E poi se così fosse successo, l’addetto alla ruspa sarebbe stato investito in pieno dalla terribile fiammata generata dal metano che fuoriusciva a una pressione di 70 bar e che creò un cratete di 15 metri di diametro e sarebbe stato probabilmente polverizzato. Cosa che non accadde». Piuttoso, la causa sarebbe da ricercarsi nei mesi precedenti: al 25 ottobre 2011 il giorno della disastrosa alluvione ad Aulla quando anche la zona di Mulino di Tresana fu allagata e subì danni. Ebbene, dice Moschini «la tubazione era già allora sterrata e, quando il terreno, venne sollevata dall’acqua e poi, quando l’acqua si ritirò, subì una torsione inversa». In altre parole: quando ripresero i lavori l’impianto era già a rischio rottura.

Ma Moschini ha anche indicato quelle che, a risultanza dell’indagine condotta dall’Asl, sarebbero le responsabilità “omissive” degli imputati. Nei Piani operativi di sicurezza delle aziende intervenute (Snam Comis e Manna) – questa la sua accusa – non sarebbero stati adeguatamente valutati i rischi connessi a lavorazioni su condotte in cui c’è presenza di gas (i protocolli avrebbero riguardato solo tubazioni vuote). E di conseguenza, gli imputati avrebbero esposto i lavoratori nonchè la popoplazoine e l’ambiente circostante, a pericolo che dovevano e potevano essere evitati.

Il processo guidato dal giudice Giovanni Sgambati è senza parti civili: la Snam, società proprietaria dell’impianto scoppiato, e le persone coinvolte hanno trattato e optato per un risarcimento per i danni subiti. Ma si annuncia tuttavia come complesso: quasi 50 i testimoni chiamati a deporre.

Claudio Figaia

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