Il Tirreno

Stabilimenti balneari in fiamme: «Ho visto il fuoco divorarsi tutto»

Chiara Sillicani
 Le cabine ridotte in cenere e sullo sfondo l’unica “sopravvisuta” al bagno Puntomare, la casina
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Le cabine ridotte in cenere e sullo sfondo l’unica “sopravvisuta” al bagno Puntomare, la casina

Massa, Danilo Pitanti ha fatto l’impossibile per salvare i due bagni. A dargli l’allarme il suo cane Bella

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MASSA. Bella non abbaia mai senza motivo: è una sentinella. Dello stabilimento Puntomare conosce anche gli angoli, se qualcosa non va, a lei non sfugge. E mercoledì, poco dopo la mezzanotte, è agitata, avverte qualcosa di strano: l’olfatto l’allerta, gli odori non sono quelli della notte di Poveromo. Sono odori di cenere. Abbaia Bella, abbia con forza e non sia arrende fin quando non vede Danilo Pitanti affacciarsi alla finestra. A Danilo ci vuole un attimo per capire che la cagnetta lo sta salvando dal fuoco. Dallo stabilimento accanto, l’Haiti, si alzano le fiamme, lingue che lambiscono le cabine e la brezza insistente fa il loro gioco. Danilo non perde un attimo. Lui il suo bagno, il Puntomare, non lo lascia mai, nè l’estate, nè l’inverno. Dorme lì ogni notte per assicurarsi che tutto vada bene. Mercoledì guarda la partita, ha ancora sbollito la rabbia per la sconfitta della Juve quando sente Bella abbaiare: «Mi sono affacciato e ho visto il fuoco. Con me c’erano mia moglie e mio figlio, ho pensato subito a loro, mi sono preoccupato che non perdessero neanche un secondo, raggiungessero l’auto nel parcheggio e si mettessero in salvo».

Poi Danilo corre all’Haiti. Anche se quel bagno non è il suo, se ne sente un po’ responsabile. Qualcosa di più di solidarietà tra colleghi: «I titolari dell’Haiti sono pratesi, sanno che io sono sempre al mare, mi hanno lasciato le chiavi perché io possa controllare nel caso noti qualcosa di strano». Danilo si precipita all’Haiti con un’immagine in testa: «Ero terrorizzato dai bomboloni del gas, se le fiamme li avessero raggiunti sarebbe stata una tragedia». Si getta quindi sul rubinetto dell’acqua, collega una pompa e tenta di sconfiggere le lingue che “ruotano” intorno a quei bomboloni. Ce la fa ed evita lo scoppio. Poi raggiunge la cabine: «C’era il fuoco. Dove le fiamme non erano arrivate ho visto alcune piccole candele accese, sono corso a spegnerle, erano sistemate sotto alle sedie di paglia, sarebbe bastato poco per peggiorare la situazione».

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Le fiamme, però, godono di un vantaggio: il vento. E quel soffia tira verso Viareggio, verso il bagno accanto, verso lo stabilimento di Danilo. Le cabine dei due stabilimenti sono “schiena” contro “schiena”, le separa un passaggio pedonale, giusto qualche metro. Superarlo per il fuoco è un gioco da nulla. Le fiamme arrivano al Puntomare e “attaccano” le cabine. Danilo non è solo, con lui ora ci sono due squadre dei vigili del fuoco: in breve tempo riescono a circoscrivere le fiamme all’Haiti. Dodici cabine sono andate a fuoco, ma 12 sono salve. Al Puntomare la brezza lavora fianco a fianco con il fuoco e lì le 24 cabine crollano come piccole tessere di un domino: sono di legno e le fiamme hanno gioco facile. Si sbriciolano, crollano le assi, le attrezzature all’interno, il tetto, le coperture in paglia. Danilo vede il suo stabilimento ridursi in cenere: «Vedevo le fiamme raggiungere il mio bagno, distruggere le cabine, lambire la tettoia».

La tettoia la raggiungono, ma i vigili del fuoco le fermano e salvano la struttura che ospita il bar e, al piano di sopra, le camere in cui dormono Danilo e la famiglia. Per il calore le vetrate si infrangono, salta l’impianto elettrico, ma il cuore dello stabilimento è in piedi. E se arrivi dalla strada hai l’impressione che il Puntomare sia ancora lì sano e salvo, pronto per la stagione, come ogni primavera, dal 1984. Dentro, invece, è ferito e la ferita è grave: neanche una cabina. Sono a terra, ridotte ad un cumulo di cenere ancora caldo. Danilo ha il dolore negli occhi, a fargli forza c’è suo padre, Aristide che il bagno, nei primissimi anni ’80, l’ha tirato su: «Non sappiamo farci una ragione di quanto accaduto. Non abbiamo mai avuto problemi, mai».

Mai una parola storta, mai una telefonata strana, mai un sospetto. Meno che mai una minaccia. Ma Aristide alla disperazione non ha intenzione di cedere e al fuoco non la dà vinta: «Io non mi arrendo, noi andiamo avanti con coraggio, forza, ostinazione. E se la stagione è alle porte, beh noi siamo pronti. E a Pasqua apriamo i battenti e accogliamo i nostri clienti. Se mi danno il via libera, qui in un paio di giorni faccio pulizia e sistemo». L’ottimismo e la concretezza dell’imprenditore che non sta a guardare dalla scrivania, ma è abituato a rimboccarsi le maniche. Il via libera serve eccome perché sul rogo è in corso un’indagine: la polizia scientifica ha fatto i rilievi e gli inquirenti stanno cercando di capire, con l’aiuto dei vigili del fuoco, cosa possa essere accaduto. È mattino e allo stabilimento Puntomare arrivano tutti: i curiosi, i giornalisti. Arrivano, alla spicciolata i colleghi balneari. Ricordano agli amici Danilo e Aristide che ci sono e sono pronti a dare una mano con pala e cariola. Tanta gente e Bella abbaia perché non è una mattina come le altre. E lei lo sente.

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