Sicurezza
«Amministratrice senza sapere nulla di quel che facevano»
Testimonia una delle prime socie della Biancospino srl In aula tutti i misteri della cricca dei colletti bianchi
MASSA. La società Biancospino srl torna protagonista al processo ai colletti bianchi che vede imputato l’ex dirigente di banca Marco Lucchesi. Alla sbarra anche imprenditori e commercialisti, con accuse di reati che vanno dall’ estorsione e ricettazione, al riciclaggio, il furto e la truffa: Stefano Di Ronza, imprenditore in odore di camorra, poi l Marco Alibani, la sorella Maruska e il commercialista Stefano Pezzica. Per reati minori — sostanzialmente ricettazione per avere cambiato assegni — a processo anche Manuela Pasquali, Michele Ratti e Salvatore Di Ronza, padre di Stefano. Tiziana Genovese, moglie di Lucchesi è invece accusata di trasferimento fraudolento e possesso ingiustificato di valori.
La Biancospino srl risponde di ricettazione, riciclaggio e impiego di denaro di provenienza illecita. E in più era titolare di una cava. E tra i testi sentiti ieri mattina, indicati dal pubblico ministero Rossella Soffio, c’era una ragazza che era stata indicata nell’assetto societario come amministratrice. La donna ha spiegato al giudice Giovanni Sgambati di non saperne nulla: «Non facevo nulla, se c’erano dei problemi si rivolgevano a Maruska Alibani». La ragazza all’atto della nascita della Biancospino - gennaio 2008 - deteneva il 50 percento delle quote, poi la sua partecipazione è andata via via scemando. «Io ero all’ìoscuro di tutto, nemmeno mio padre che operava nella cava gestita dalla società mi metteva al corrente di quello che accadeva». Il presidente del collegio, vista l’evidenza della sua non conoscenza di quello che le veniva chiesto dai legali degli imputati, ha perfino interrotto il controesame.
Tra gli altri testimoni sentiti anche i responsabili di due autosaloni ai quali si sono rivolti Lucchesi e la moglie per l’acquisto di due vetture. Pagate attraverso contanti e la permuta di un’altra macchina di loro proprietà. Ma soprattutto con due assegni circolari che insistevano su altrettanti conti correnti che la guardia di finanza ha scoperto essere intestati a persone inesistenti. Accesi quindi da qualcuno - secondo il pm da Lucchesi stesso - per fare operazioni di compravendita senza risultare direttamente. Va detto che Massimo Rossi, sia Loretta Schiatti, responsabili degli omonimi concessionari, non hanno potuto fornire grosse indicazioni. Anche perché di fatto si sonbo occupati solo dell’incasso degli assegni. Una volta coperta la somma richiesta per le vetture il loro compito si è fermato lì. «Anche perché della vendita poi si sono occupati altri», ha spiegato Rossi.
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