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Educatrici, i soldi tornano al Comune

Chiara Sillicani
Educatrici, i soldi tornano al Comune

Massa, sul caso dei contratti a termine, la Cassazione dà ragione all’amministrazione e riduce i risarcimenti dovuti alle tate

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MASSA. Il Comune le mani in tasca se l’è già messe e ha sborsato parecchi soldi. Glielo ha imposto la Corte d’appello di Genova: ha stabilito che alle educatrici di asilo nido (una trentina in totale), assunte a tempo determinato, deve un risarcimento pari a 20 mensilità ciascuna (circa 40.000 euro a testa). Le educatrici non hanno promosso un’unica azione legale, ma le sentenze d’appello sono “fotocopie”. E adesso la speranza di Palazzo civico è che lo siano anche quelle della Cassazione. Sì perché alle pronunce d’appello, l’amministrazione ha presentato ricorso davanti alla Suprema Corte. Che si è già pronunciato su 4 casi, ridimensionando notevolmente il risarcimento dovuto dal Comune alle tate. Non più 20 mensilità, ma massimo 12. A deciderlo sarà la stessa Corte d’appello a cui torna “la palla”: la Cassazione infatti detta il principio di diritto e indica le norme di riferimento. Alla Corte il compito di applicarle.

Tutto comincia - per ripercorrere la vicenda - con una serie di contratti a tempo determinato, stipulati tra il 2003 e il 2010: il patto di stabilità - questa la linea della difesa - lega le mani alle amministrazioni e impedisce di fare assunzioni, ma negli asili nido manca personale e il servizio deve essere garantito. Ecco, quindi, che scattano i contratti a termine. Certo, anche quelli costano, ma le spese per finanziarli finiscono in una voce del bilancio che non ha sulla testa la spada di Damocle del patto. Così una trentina di educatrici, in anni diversi, entra al lavoro nei nidi, per 9 - 10 mesi: un intero anno educativo poi tutte a casa. Le insegnanti, però, sollevano dubbi sulla legittimità del contratto e promuovono cause di fronte al giudice del lavoro. In particolare contestano, sulla base di una legge comunitaria, l’illegittimità del termine, sostenendo che in un contratto a scadenza debba essere precisato il motivo dell’assunzione a termine.

E nel loro caso quella precisazione non c’è perché - spiegano - loro sono state assunte per coprire un deficit di organico. Scattano le cause: 11 educatrici promuovono un’unica azione, altre si muovono autonomamente. E in diversi casi si arriva fino alla Cassazione: in primo grado il giudice del lavoro dà ragione al Comune e non riconosce il risarcimento ritenendo che il danno non possa essere provato, ma in appello le carte cambiano. La Corte di Genova respinge infatti la richiesta di conversione del contratto da determinato ad indeterminato (ammessa nel privato, non nel pubblico) ma ammette il risarcimento, una sorta di “sanzione”, pari a 20 mensilità. Venti mensilità spettano, infatti, anche alle 11 educatrici che hanno promosso un’unica azione e il Comune in un’unica tranche deve sborsare - l’esecutività della sentenza è immediata - ben 500.000 euro. Contro quella pronuncia e contro quelle affini, Palazzo civico ricorre in Cassazione. È rappresentato dall’avvocato Francesca Panesi (alcuni ricorsi sono ancora affidati allo studio Diamanti Marchiò). La Suprema Corte si esprime lunedì. E le fa a Sezioni Unite ,come previsto in caso di questioni rilevanti. Una pronuncia quindi che, salvo intervenga il legislatore, fa giurisprudenza, costituisce precedente. Bene, la Cassazione, in merito ad alcuni ricorsi sul caso educatrici, stabilisce che la norma (valida per il settore privato) che prevede il risarcimento di 20 mensilità non può essere applicata. Il risarcimento rimane, ma si riduce. Da un minimo di 2,5 mensilità ad un massimo di 12. A deciderlo sarà di nuovo la Corte d’appello.

E siccome il Comune i soldi li ha già versati, adesso aspetta che una parte rientri nelle sue casse e, visto che la sentenza fa giurisprudenza, si aspetta pure che sia seguita da altre pronunce affini che garantiscano qualche “ritorno” di denaro. Con un occhio a quel mezzo milione versato.

 

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