La manifestazione
«Quelle cave sono nostre»
Omya e altre 10 aziende si rivolgono al tribunale contro la legge regionale
CARRARA. Beni estimati, undici aziende del lapideo hanno già messo le mani avanti e senza attendere il pronunciamento della Corte costituzionale sulla legge regionale, si sono rivolte al tribunale di Massa per chiedere il riconoscimento della natura “privata” dei beni estimati e dell’incostituzionalità della norma varata un anno fa dall’amministrazione regionale. Società Apuana Marmi, Marmi Carrara Gioia, La Facciata, Marmi Carrara Lorano, Bettogli Marmi, Marmi Carrara, Gualtiero Corsi, Cooperativa Canalgrande, Escavazione Polvaccio, Marmi Carrara Canalgrande, Cave Statuario Srl e Omya spa hanno presentato nei mesi scorsi i loro atti di citazione in sede civile, chiamando in causa l’amministrazione carrarese sul delicatissimo tema delle “cave private”: l’obiettivo è duplice ed è quello da un lato di rivendicare i diritti di proprietà sui beni estimati da loro “escavati” e dall’altro di ottenere la possibilità in quanto «parte direttamente lesa in uno suo diritto fondamentale di intervenire di fronte alla Corte costituzionale» che com’è noto sta valutando l’articolo 32 della legge 35, per sancire se la Regione Toscana avesse o meno l’autorità di legiferare sulla “proprietà” dei beni estimati.
I primi ad approdare in aula, davanti al giudice Paolo Puzone, è stato il tandem composto dal colosso del carbonato di calcio Omya e la Cave Statuario di Franco Barattini, assistite dall’avvocato Riccardo Diamanti e dal professor Sergio Menchini. Il cuore dell’azione legale è sintetizzato tutto in poche righe, a pagina 31 dell’atto di citazione, dove si legge che l’articolo 32 comma 2 della legge regionale 35 «si risolve in una surrettizia espropriazione dei diritti di proprietà di cui i soggetti privati sono titolari (...) il che determina l’incostituzionalità della disposizione per violazione dell'articolo 42, comma 2 e 3 dell'articolo 97 della Costituzione».
Lo ribadisce in termini ancora più chiari il professor Sergio Menchini, avvocato e ordinario di diritto all’Università di Pisa: «Quello che tenta di fare la Regione Toscana è un atto di esproprio mascherato» attacca il giurista, spiegando che la decisione di non attendere il pronunciamento della Corte costituzionale nasce dalla constatazione che «la sussistenza della norma è già lesiva dei diritti dei nostri clienti e inoltre ci sono altri profili di incostituzionalità che il governo non poteva sollevare. E così lo abbiamo fatto noi». In sostanza l’azione di Omya e Cave Statuario, così come quella delle altre dieci aziende che hanno fatto ricorso alle vie legali, non si limita a ribadire le obiezioni già sollevate dal governo, ma le integra, aggiungendo nuovi profili. Al di là delle questioni di costituzionalità, il cuore dell’azione legale punta a rivendicare la proprietà dei beni estimati, riaprendo un dibattito lungo 300 anni che affonda le sue radici nell’ormai celebre editto di Maria Teresa D’este del 1751. E per farlo i due legali di Omya e Barattini, incoccano tutte le frecce al loro arco e ricordano che «i diritti di proprietà sui beni estimati hanno circolato secondo il regime dei beni oggetto di proprietà privata: sono stati acquistati a titolo derivativo in forza ad atti negoziali o di atti giurisdizionali», o che «si rinvengono contratti risalenti addirittura al XVI e al XVII secolo».
Non solo: gli avvocati ricordano anche che «le aree marmifere sono soggette a regimi giuridici differenziati: gli agri comunali appartengono al patrimonio comunale mentre i beni estimati sono oggetto di proprietà privata» tanto che il municipio «impartisce e fa rispettare discipline differenti» non avendo «mai rilasciato né richiesto (...) un titolo concessorio, né ha mai preteso il pagamento del relativo canone» sui beni estimati. Un’offensiva a cui l’amministrazione comunale risponde, tramite il suo consulente di fiducia sulle questioni del lapideo, avvocato Domenico Iaria, sostenendo che «il legislatore regionale ha introdotto la sua disposizione (la legge 35 appunto) dopo aver svolto una approfondita istruttoria, acquisendo anche (...) il parere del professor Emanuele Conte, ordinario di Diritto Medievale e Moderno presso l’Università di Toma Tre».
Il legale del municipio cita poi altri luminari come Piccioli, Barile e Ferrara secondo i quali i beni estimati «non hanno mai costituito oggetto di proprietà privata» e ripercorre le normative che, soprattutto nel corso del ’900, si sono succedute in materia di cave, arrivando a definire «manifestamente infondate, inammissibili e irrilevanti, le questioni di legittimità costituzionale sollevate» da Omya e Cave Statuario e chiedendo al giudice di rigettare tutte le domande «in quanto infondate in fatto e in diritto». La palla ora è in mano al giudice Puzone che due settimane fa si è riservato di pronunciarsi: il suo “verdetto” dunque è atteso a strettissimo giro.
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