Sicurezza
Petrillo condannato, cinque mesi di indagini dentro la questura
La squadra mobile e il vicario Cavallo hanno raccolto le prove per inchiodare i colleghi
MASSA. Cinque mesi di intercettazioni, cinque mesi di indagini. Da una parte la polizia, dall’altra la polizia. Divise contro divise. Come in un film: perché c’era chi perseguiva i reati e chi invece li commetteva. È stata la squadra mobile di Antonio Dulvi Corcione a mettersi alle costole di Giovanni Petrillo e Massimiliano Giacich. Anche se tutto è partito da una denuncia di un altro agente, anzi del questore vicario Luisa Cavallo, che quando era stata sentita come testimone dal pubblico ministero Rossella Soffio raccontò come erano andate le cose: «Petrillo mi aveva portato delle fatture e ho visto che c’erano delle irregolarità. Ho verificato che tre fatture facevano riferimento a lavori fatti prima del dicembre 2010, ma sapevo che erano in realtà stati fatti mesi prima, li avevo visti fare io poco dopo mio arrivo da Grosseto. Una di queste fatture era per il montaggio di tende nell’ufficio di gabinetto. E al mio arrivo erano già state montate, non poteva esserci somma urgenza.
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Altre fatture per lavori al corpo di guardia che erano già stati fatti prima del mio arrivo, terza fattura per mobilio stanze per le donne. Quel mobilio però era stato già tolto di mezzo e donato alla Croce Rossa. Eppoi mancavano i preventivi per le fatture. La somma urgenza può prescindere dai cinque preventivi dell’iter ordinario, ma almeno un preventivo va fatto per verificare se ci sono i fondi per fare lavori». Parole che hanno pesato, così come gli accertamenti che l’ex questore vicario aveva fatto.
Ieri Corcione era in aula, Petrillo no. Alla lettura della sentenza non ha battuto ciglio, ha salutato il pubblico ministero e se ne è andato via. Per una volta senza scambiare battute con i cronisti, la voglia di commentare non c’era.
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