Sicurezza
Licenziato dalla Marmi Carrara, il giudice lo fa riassumere
Agente di cava era stato spostato dal monte al piano, lavorava in un ufficio senza riscaldamento Il tribunale ha anche condannato l’azienda a sborsare 12 mensilità, per oltre trentamila euro
CARRARA. La Marmi Carrara (azienda per metà nelle mani del gruppo Cp Holding della famiglia Bin Laden) lo aveva messo alla porta, licenziato in tronco dopo dieci anni di lavoro. Lui, Giuseppe Donadel, si è rivolto alla Cgil e all’avvocato Claudio Lalli: ne è nata una causa di lavoro e il giudice Erminia Agostini ha disposto il suo reintegro, e anche il risarcimento di 12 mensilità (circa 30mila euro).
La vicenda. Giuseppe Donadel, dopo aver svolto per circa dieci anni mansioni agente di cava presso il monte, per la numerazione ed il controllo dei blocchi, semiblocchi e degli informi (percependo una retribuzione maggiorata da costante straordinario e da indennità di mensa) alla fine del 2009 è stato trasferito al "piano", presso la sede aziendale per effettuare una nuova verifica delle categorie assegnate ai blocchi ed una eventuale riclassificazione, anche dopo il taglio al netto degli scarti, attività fino allora svolta da un altro dipendente, "promosso" agente di cava. Tale attività, che comportava in sostanza una diminuzione della retribuzione, avrebbe dovuto essere svolta per tre mesi da Donadel e poi, a rotazione, dagli altri agenti di cava. Invece - come riportato nella sentenza - «l'accordo relativo alla rotazione è stato disatteso e Donadel è rimasto definitivamente al piano a svolgere le predette mansioni di verifica».
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«A Donadel - si legge in sentenza - è stata dapprima assegnata una postazione di lavoro nell'ufficio di un altro dipendente nella palazzina del Settore commerciale e poi (nel settembre 2012) è stato spostato nell'atrio di ingresso senza riscaldamento ed aria condizionata. Successivamente alla modifica delle mansioni a fine novembre 2013 è stata eliminata anche tale postazione di lavoro, dovendosi tutte le altre attività svolgersi all'aperto. Le reazioni a tali fatti da parte del lavoratore a mezzo legale non hanno sortito esito, mentre la risoluzione incentivata offerta dalla società è stata rifiutata dal lavoratore».
A quel punto, nel luglio del 2014 la Marmi Carrara procede al licenziamento: adducendo come giusta causa la riorganizzazione del lavoro inerente ai piazzali siti presso dello stabilimento di via Provinciale a Avenza. Il Tribunale «accertata la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo» ha annullato il licenziamento, condannando il datore di lavoro alla reintegrazione nel posto di lavoro nonché al pagamento di un'indennità risarcitoria commisurata a dodici mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, pari alla somma lorda di 2.389 euro oltre agli interessi legali calcolati sulla somma annualmente rivalutata dal recesso al saldo, nonché al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali dal giorno del licenziamento fino a quello della effettiva reintegrazione.
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