La manifestazione
E adesso il Comune potrebbe tornare a battere cassa
L’amministrazione Zubbani , chiedendo gli atti alla Procura avrebbe la facoltà di rifare i conteggi sui proventi del marmo
CARRARA.
E ora il Comune di Carrara potrebbe battere cassa. Chiedere alla Procura l’accesso agli atti, e ai libri contabili, per poter “rifare i conti” con gli imprenditori del marmo coinvolti nell’indagine “Black marble”.
Gli scenari futuri. Il grosso lavoro di Procura e Guardia di Finanza deve fare il suo corso, sia a livello fiscale (e gli industriali hanno in buona parte già patteggiato) che, qualora si arrivasse a processo, penale.
Ma intanto si profilano altri scenari che potrebbero davvero riguardare più da vicino la comunità e tutta la città di Carrara.
Quello che emerge dalle pagine e pagine dei faldoni della Procura è una sistematica sottofatturazione e altrettanto sistematica evasione di Iva e Ires che sono tributi di carattere nazionale, che non toccano da vicino le casse, sempre in affanno, di Palazzo civico.
A questo punto il Comune potrebbe rivedere i conteggi e valutare se, cifre alla mano, sia possibile per le casse del municipio recuperare anche un po’ di soldi del contributo regionale. Non solo, se il marmo con un valore medio di 60 euro, stimato e sul quale sono stati pagati i contributi, veniva venduto fino a duemila i conti potrebbero davvero essere rifatti a vantaggio dell’amministrazione. Anche se, questo è bene precisarlo, a essere venduti a preziz stellari era solo il materiale di altissima qualità, quello che, in sostanza, non farebbe la media.
Le indagini. Ma perché i trenta imprenditori sono finiti nel registro degli indagati per l’operazione “Black marble”? Perché loro e non altri? E, soprattutto, perché la maggior parte delle aziende non sono state sfiorate dal monitoraggio di Procura e Finanza?
Il ruolo degli indiani. Come si evince dagli atti nel corso delle indagini, «sono emerse plurime condotte di esercizio di illecita attività finanziaria, prevalentemente da parte di commercianti all'ingrosso e/o al dettaglio di gioielli e preziosi, per lo più di origine indiana, i quali si sono adoperati per procurare del denaro, in dispregio ai vincoli e senza le prescritte autorizzazioni richieste dal D. Lgs. n. 385/1993 (Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia), in favore di imprenditori italiani, con aziende ubicate sul territorio nazionale, operanti nel settore dell'estrazione e della commercializzazione di marmo, resisi responsabili di reati frode fiscale. Tali dazioni di denaro servivano, infatti, a remunerare, in "nero", i citati imprenditori i quali, a loro volta, avevano provveduto ad effettuare cessioni all'esportazione di materiale lapideo, perlopiù nei confronti di clienti del sud est asiatico, sottofatturate. L'attività svolta ha permesso, altresì, l'individuazione di conti correnti esteri intestati a società "schermo", con sede in paesi a fiscalità privilegiata, tramite i quali far transitare e così riciclare ingenti somme di denaro frutto di operazioni sottofatturate».
Le intercettazioni. Hanno avuto un ruolo importantissimo per l’pindagine “Black marble” e per questo costituiscono il grosso dei faldoni. Nel corso delle attività investigative, sono state eseguite intercettazioni telefoniche e telematiche ma anche perquisizioni e sequestri di documenti e materiale informatico, che hanno consentito di raccogliere utili elementi, a supporto dei reati ipotizzati. «Tali attività - si legge nella relazione della Finanza - hanno permesso di individuare l'esistenza di due importanti e strutturate «compagini delinquenziali», costituite ed organizzate da soggetti di nazionalità italiana e indiana, operanti sia nel territorio nazionale sia estero. L'individuazione di dette compagini aggrava ancor più il quadro accusatorio emerso dall'indagine con l'aggravante del reato transnazionale».
(a.v.)
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