Il Tirreno

IL PROCESSO

Guerra tra bikers all'ex Baraonda: gli Hells alla sbarra, l’aula viene blindata

Danilo D'Anna
Guerra tra bikers all'ex Baraonda: gli Hells alla sbarra, l’aula viene blindata

A processo sette degli Angels: la polizia presidia il tribunale. Sono accusati di aver pestato tre buttafuori dello storico locale

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MASSA. Una spedizione punitiva, per uno sgarbo che quelli degli Hells Angels avevano ricevuto dai rivali dei Mongols. Sette persone sono entrate nella discoteca Baraonda e si sono comportate come un gruppo paramilitare: in fila indiana hanno occupato la pista da ballo, poi quello davanti ha alzato il braccio e gli altri si sono sparpagliati nel locale. A quel punto sono comparse spranghe e anche un martello, oggetti serviti a picchiare senza pietà i tre buttafuori. Perché erano della banda di biker nemica. Il raid è durato in tutto un paio di minuti, lasciando i presenti a bocca aperta. Poi il commando è salito sui mezzi che aveva lasciato poco distante dal parcheggio del Baraonda: un furgone e due auto, con le targhe coperte. Ma durante l’inversione a U fatta per imboccare la strada principale che portava allo svincolo autostradale una delle targhe è tornata leggibile. Ed è stato il primo indizio di un’inchiesta fatta dalla squadra mobile di Antonio Dulvi Corcione che ha portato a processo sette persone tutte sulla cinquantina e provenienti dalla Lombardia e dal Veneto. Un’indagine difficile perché avvolta nell’omertà delle vittime che anche ieri a processo non sono riuscite a riconoscere gli aggressori. Per timore di scontri - che non ci sono stati - l’aula era piena di poliziotti.

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È stato difficile anche per il pubblico ministero Emiliano Barbieri interrogare i testi, che ricordavano vagamente quello che era successo nella notte tra il 25 e il 26 marzo del 2011. Il primo è stato l’allora titolare del discopub, Michele Baldazzi. Non ha riconosciuto con certezza le persone che sono entrate nel suo locale, ma almeno ha descritto la scena: «Sono entrati in fila, mi ricordo che erano una decina di uomini con i capelli grigi. Avevano intorno ai quaranta anni. Quello davanti, che presumo fosse il capo, con un cenno ha fatto muovere gli altri, che hanno tirato fuori spranghe e martelli e hanno picchiato i tre ragazzi che quella sera facevano servizio d’ordine. Un paio di minuti al massimo di autentica follia».

Poi è stata la volta del vice commissario Elisabetta Moretti della squadra mobile: «Nessuno ci aveva denunciato l’accaduto. Siamo venuti a saperlo da fonti confidenziali. Abbiamo chiesto al pronto soccorso chi era passato quella notte a farsi medicare e dai tre nominativi che ci hanno dato abbiamo capito che appartenevano alla banda dei Mongols. Li abbiamo interrogati ma loro hanno negato tutto, hanno detto che non conoscevano né i motivi né l’identità di quelli che li avevano mandati all’ospedale. Avevamo a disposizione un numero di targa e da lì abbiamo fatto le verifiche. La vettura risultava presente in provincia quando è successo il fatto ed era partita poche ore prima da Padova. Al ritorno era stata fermata dalla polstrada e i colleghi avevano identificato tre persone. Poi dalle celle telefoniche siamo risaliti ad altri quattro nominativi. Possiamo dire con certezza che quando è avvenuto il pestaggio si trovavano a Massa».

Ma una delle vittime, interrogato dal pm Barbieri, ha detto di non riconoscere dal book fotografico chi lo ha picchiato quella notte. E non ha neppure saputo spiegare cosa può essere successo (i Mongols avevano fatto una festa al Baraonda che probabilmente ha infastidito gli Hells). Prossima udienza l’11 maggio. Ma se non si sfonda il muro di omertà è dura sperare in una condanna da parte del giudice Alessandro Trinci.

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