Il Tirreno

la sentenza

Dodici anni al boss della ’ndrangheta

di Danilo D'Anna
Dodici anni al boss della ’ndrangheta

Giuseppe Talotta, esponente di spicco del clan Alvaro, si era costituito dopo la latitanza nella provincia apuana

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MASSA. È stato condannato a 12 anni di carcere Giuseppe Talotta, luogotenente del clan di Sinopoli degli Alvaro, arrestato nel corso dell’operazione della Dda di Genova del luglio 2014 che aveva scoperto un traffico di cocaina dal Perù per conto della ’ndrangheta che arrivava nello scalo del Vte con la complicità di camalli compiacenti. Il gup Alessia Solombrino ha accolto in pieno la richiesta fatta dai sostituti procuratori Federico Manotti e Federico Panichi, titolari dell’indagine. La pena è stata scontata di un terzo per la scelta dell’imputato di farsi giudicare con il rito abbreviato, altrimenti gli anni in cella per lui sarebbero stati 18.

Talotta si era costituito nella casa circondariale di Massa ad aprile del 2015, dopo diversi giorni di latitanza che secondo gli inquirenti ha passato nella provincia apuana. Dove aveva un nascondiglio sicuro e soprattutto contatti fidati. Anche perché era il luogotenente del clan degli Alvaro: grazie alle sue conoscenze in Sudamerica era quello che curava personalmente i carichi di cocaina, camuffandoli in mezzo ad altra merce (asparagi) che arrivava in Italia sulle portacontainer. Un vero boss, insomma. Anche se ha commesso un errore: ha fatto scoprire agli inquirenti che in Versilia viveva indisturbato un boss del clan di Sinopoli, quel Giuseppe Alvaro che era diventato ormai inafferrabile per le forze dell’ordine. Tutto accade perché Talotta va a scusarsi personalmente con il boss per aver perso 150 chilogrammi di cocaina. Non poteva fare altrimenti, perché aveva paura delle ritorsioni del clan per l’errore e quindi chiede un incontro al capo: i due avevano preso contatti a Massa e poi si erano visti in un bar di Lido di Camaiore. Seduti a un tavolino del locale, Talotta (assieme alla sua compagna) mostrava ad Alvaro due giornali genovesi che parlavano del blitz della guardia di finanza, coordinato da Manotti e Panichi. Cento chili di polvere bianca nascosti tra gli asparagi erano finiti in mano alla giustizia e lui era costernato, anche perché altri cinquanta li avevano rubati degli sconosciuti portandosi via l’auto dove li aveva nascosti. Non sapeva che era sempre la finanza ad aver preso lo stupefacente, inscenando un furto della vettura; e per questo insieme a un complice prima aveva girato i campi nomadi del capoluogo ligure («sono stati quegli zingari maledetti», si sente nelle ambientali) e poi aveva chiesto udienza al boss che viveva sotto mentite spoglie (con i documenti di un forestale) in Versilia. Alvaro era stato fermato più volte da polizia, carabinieri e vigili urbani, ma nessuno si era mai accorto che la carta di identità che mostrava era contraffatta. Così nel bar era entrato senza timore, da capo dei capi. Erano però i suoi ultimi giorni di libertà, tanto che prima è finito in manette lui e dopo Talotta.

Resta da trovare la risposta a una sola domanda: perché Talotta si è costituito a Massa? Probabilmente ha sistemato alcuni affari del clan di Sinopoli e poi si è arreso. Quali affari? A chiederselo è l’antimafia di Reggio Calabria, che su questa storia continua a indagare.

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