Il Tirreno

Caso Corini, l'accusa: "Lui voleva vivere"

Alessandra Vivoli
Caso Corini, l'accusa: "Lui voleva vivere"

Dal messaggio all’autista e dall’ok alla nuova cura la procura deduce che il legale aveva deciso di lottare contro il male che lo affliggeva, di sposare la compagna e di tornare “in pista”

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LA SPEZIA. Marco Valerio Corini voleva vivere. Aveva deciso di lottare contro il male che lo affliggeva, di sposare la compagna e di tornare “in pista”, a fare i giri con il fidato autista Francesco.

Tutti elementi che, secondo l’ipotesi accusatoria ricostruita nel fascicolo della Procura spezzina, fanno leggere il gesto della sorella Marzia, medico anestesista per anni in servizio all’ospedale di Pisa, quella “sedazione” indotta. Quella che ha provocato la morte del noto legale, come un omicidio volontario aggravato. In sostanza, secondo l’accusa, Marzia avrebbe ucciso il fratello dopo avergli fatto cambiare il testamento, per mettere le mani sul grosso del patrimonio da cui, in un primo momento era stata esclusa.

Le intercettazioni. Due conversazioni, con due amiche: una è indicata in ordinanza come Rossella, l’altra è Susanna Cacciatori (entrambe non sono indagate ma hanno parlato con la dottoressa Marzia Corini quando erano già in corso le indagini e le intercettazioni ambientali). La telefonata chiave è quella del gennaio scorso con l’amica Susanna Cacciatori. Si parla della morte di Marco: «Perché lui è morto perché io l’ho sedato. Hai capito che se io non avessi sedato Marco quel giorno non sarebbe morto? Sarebbe andato avanti forse un mese, forse respirando male, avendo dolori terribili».

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E Marzia aggiunge: «Non ce la facevo più a vederlo stare male perché non aveva senso e perché lui era troppo attaccato alla vita per dirmi di farlo. Non era come mio padre. Quello di mio padre è stato centomila volte peggio. Io non ho rimorsi». E infine: «Poi ho chiamato il medico a fare una consulenza perché ho visto quella (Isabò) non mi piaceva come stava guardando quello che stava succedendo e ma sentivo scivolare che mi avrebbe denunciato per omicidio».

Il messaggio all’autista: mi sto rimettendo. Il 17 settembre, a otto giorni dalla morte, l'avvocato Marco Valerio Corini così rispondeva con un sms all'amico Francesco Tralongo, autista e guardia del corpo: «Mi sto rimettendo… spero! Da domani ricominciamo i nostri giri. Grazie Fra». Marco voleva vivere, e aveva deciso di lottare. Elementi importanti sono stati rilevati dalla ricostruzione degli ultimi due giorni dell’avvocato Corini. E dalle dichiarazioni di alcuni dei protagonisti della vicenda. La compagna Isabò Michelle Barrak ha raccontato così agli inquirenti: «Il 23 settembre Marco era più lucido e davanti a me aveva contattato la Feliciani dicendole che voleva cambiare il testamento e che, a tal fine, avrebbe dovuto contattare il notaio».

Il giallo dei testamenti. Il testamento dell'estate 2015 (scomparso) è uno dei punti fermi della ricostruzione accusatoria. Ne parla la stessa Isabò. «Si trattava di un testamento redatto da Marco nel mese di luglio. Era chiuso in una busta sigillata con nastro adesivo. So che ci aveva lavorato con l'avvocato Murciano. Non l'ho mai letto, sono stata messa a conoscenza da Marco che aveva escluso dalle sue volontà testamentarie Marzia. Il testamento si trovava nella cassaforte della cucina». Dopo il ritorno dall'ospedale di Livorno (quindi dopo l'11 settembre scorso) la Barrack si accorge che il testamento non è più in cassaforte.

Il 23 settembre Giulia Feliciani, l’avvocato amica di Marco indagata per falso testamento e circonvenzione di incapace, conferme ai fratelli Corini e a Isabò che il notaio si sarebbe recato a domicilio il 26 settembre. Il pomeriggio del 25 settembre, secondo la ricostruzione accusatoria, intorno alle 15 e 30 cominciò la sedazione per accompagnarlo alla morte. Secondo la fidanzata dell’avvocato però proprio dal giorno 23 settembre, Corini aveva cominciato ad appuntare le proprie volontà in forma schematica su alcuni fogli che, benchè poi distrutti dalla sorella Marzia, la Barrack aveva fotocopiato e consegnato all’Autorità giudiziaria.

La decisione di vivere. È un punto fondamentale dell’impianto accusatorio contro Marzia Corini. La giornata è quella del 23 settembre quando marco Corini viene visitato dall’oncologo milanese che lo aveva in cura insieme alla dottoressa di Livorno. Il professore propone a Corini un nuovo approccio terapeutico alla malattia per prolungare la sopravvivenza fino a 4-5 mesi. Al termine della visita, dopo essersi consultato con la madre, la sorella e la fidanzata, accetta la proposta, aveva deciso di continuare a lottare. La nuova cura doveva iniziare il 26 settembre.

 

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