Il Tirreno

Il brillante amico di Buffon, stanco di lavorare troppo

Massimo Braglia

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Brillante. Questo, fin dalla nostra prima telefonata, è stato per me Marco Corini. Forse perché quasi coetanei, siamo entrati subito in sintonia. Sono passati una ventina d’anni, dal primo contatto: un’inchiestaccia di presunte infiltrazioni camorristiche tra Fosdinovo e Carrara. Lo chiamo mentre è in viaggio per Napoli, dove erano stati portati gli imprenditori apuani che, ovviamente, nel giro di poco riuscì a riportare a casa.

La prima di tante telefonate chilometriche. Se di mezzo c’era una notizia, concludeva dicendo: «Per favore, scrivi il mio nome per intero, Marco Valerio Corini, del foro della Spezia». Poi, con il passare del tempo, e dopo altre inchieste super come la mafia della Versilia (l’unico ergastolo per Carmelo Musumeci è stato per l’omicidio del carrarese Alessio Gozzani), tanti incontri di persona, nel suo studio, in tribunale, sui campi di calcio, quando fu presidente dello Spezia. Poi diventò legale-amico di Buffon, e allora l’intervista per l’ingresso di Gigi nella Zucchi fu tramite lui.

Sempre arguto, intelligente. Brillante, e spesso in compagnia femminile, come all’asta dei blocchi, eccolo con la nuova fidanzata Isabò. Sorridente. E ironico. Un giorno stava occupandosi dei gravi fatti del G8 di Genova. «Inizio a essere stanco di lavorare troppo - sarà stata una decina d’anni fa - non ci tengo a essere il più ricco del cimitero...». «Ma cosa dici...».

E invece, il 25 settembre scorso mi arrivò su Messenger il fulmine a ciel sereno. “Ma è vero che è morto Corini?”. E io: “Ma come? Mi informo”. L’unica cosa da fare, alle 10 di sera: chiamo la sua storica collega di studio e amica Giulia Feliciani: «Marco? È nella camera qui a fianco. È morto».

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